Primavera Sacra

Storie dal sottosuolo

Categoria: Racconti e poesie sul rapporto tra le persone e la loro casa

Biedermeier

È un solido tavolo in legno di noce. Le gambe sono tornite e il bordo del piano ha una cornice scanalata che ne alleggerisce il disegno. Alla fine dell’Ottocento si facevano così. Al centro del piano qualcuno ha collocato un vaso di ceramica bianco, con fiori dipinti tutt’intorno. Contiene esso stesso una quantità di fiori: rose, tulipani e gladioli di vari colori. Sul pavimento, perfettamente centrato sotto il tavolo, c’è un grosso tappeto persiano dai toni verde-azzurri. Sulla parete di fronte al tavolo si aprono due finestre simmetriche, tra le quali campeggia un dipinto; un ritratto in dimensioni naturali della padrona di casa. Sembra avere tra i venticinque e i trent’anni. Indossa una camicetta scura con il colletto di pizzo bianco e una sottile collana di perle. L’espressione è nobile e austera. Si chiama Theresa. La sua voce si alza in un urlo acuto, che fa vibrare i vetri delle finestre e i bicchieri ordinati nella cristalleria. Lei non è lì. È nell’altra stanza, semi-sdraiata, in penombra. Ha appena incontrato uno dei suoi demoni e ora è molto spaventata. Si sente una voce più bassa, quasi sussurrata. Un uomo cerca di rassicurarla. Le dice che va tutto bene. Che non deve aver paura. Che il brutto momento è passato. Apparentemente, si calma. Dopo qualche minuto si sente il trillo di una piccola sveglia che segna la fine della seduta. L’uomo, che potrebbe chiamarsi Carl, si accomiata con una lieve stretta di mano, poi prende il cappello ed esce nella via. La signora invece entra in cucina, dove la cuoca sta preparando un intingolo per pranzo. L’odore del cibo è buono, ma Theresa lo trova nauseabondo e senza riflettere fa una scenata alla domestica, perché dovrebbe saper cucinare pietanze più raffinate. In casa, nota parecchio disordine, e sporco. Eppure, non si vede un granello di polvere.

Ca del Lago

Si arriva da una stradina stretta, benché sia asfaltata e molto trafficata. Dopo un valzer di curve per cinque chilometri, la villa compare, dapprima con ritrosia, seminascosta da alti alberi secolari. D’estate, un fugace scintillio ammicca per un attimo dalla vetrata del salone. E’ come uno strizzar d’occhio. Il viaggiatore che non abbia impegni pressanti n’è indotto a rallentare fino a fermarsi, di fronte al massiccio portale in pietra, dal quale due putti senza pudore lo guardano curiosi. Di là c’è davvero un altro mondo. Le auto, seppur presenti, sono nascoste e cedono strada ai giardinieri o agli animali domestici, che si muovono in una natura intatta. La bella stagione nella città si mostra appena; uno scorcio di cielo azzurro ed un caldo noioso. Qui, nel cuore della pianura padana, la primavera è davvero se stessa. Trionfa nei viali, parati a festa da una sinfonia di fiori. S’insinua maliziosamente lungo le rive di fossi gracidanti. Svetta sulle punte degli alberi, con bacche rosse dolci che i bambini divorano come fossero caramelle. Tutto ha le giuste proporzioni, in questa villa barocca. Dalle barchesse, che un tempo accoglievano decine di cavalli e vacche, alla sala da ballo, con i fantasmi di coppie in abiti settecenteschi che volteggiano intorno alla fontana (voluta dall’eccentrico costruttore proprio al centro del salone). Se riesci ad entrare, ti capiterà forse di ritrovare la qualità di un pensiero che si libera con leggerezza dalle redini della tua coscienza ipertrofica, e vola via, imprendibile, come un palloncino rosso.

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Abito parole

Entro dal portone in legno dipinto di verde, che cigola appena, come parlasse sottovoce. In questa casa, oltre agli attrezzi da lavoro ed al cavalletto, ci sono i miei libri preferiti che, come un’alluvione, sommergono mobili e oggetti. Ho provato ad ingrandire la libreria e per un po’ è servito, ma nella mia vita ci sono più libri che muri.
Potrei farmi una villa di libri. La Narrativa Mondiale dividerebbe allora il soggiorno dalla cucina, dove metterei le fiabe folcloristiche e d’autore.
L’ufficio, formato da pareti di Saggistica e Fantascienza, sarebbe nascosto dalla strada, con finestre sul giardino e sui campi, senza cartelli, fili della luce o altre brutture.
La camera da letto vorrei circondarla con libri di poesia. Il letto, un alto baldacchino, con colonne di volumetti erotici e tendine bianche, fittamente adornate da frasi stralunate e gentili.
L’arredamento, attentamente studiato per morire di fame, consisterebbe in vari strumenti musicali e capi di vestiario, maschili e femminili, lasciati distrattamente qua e là. Incenso da chiesa ed altri profumi darebbero accesso ogni giorno a ricordi e infinite nostalgie, poiché è di quelle che io mi nutro.
E la mia ansia di vivere intensamente ogni istante non serve ad altro che a riporlo subito nel cassetto della memoria.
Faccio questo con metodo, dacché sono nato, per mettere il silenziatore ad un male che mi tortura come un folletto imprendibile, venuto dall’Est nel tempo della mia fredda venuta al mondo. Ho derogato di rado, solo per distrazione, alla mia allucinazione d’amore. Ma, dopo, trovavo segni di rossetto nelle pagine candide; un’imitazione di romanticismo che davvero non posso apprezzare.

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Fornelli e intimità

La pioggia batte sul vetro tra me ed il buio. Lo sto aspettando a cena e lo stufato è quasi pronto. Mi sono messa un reggicalze di pizzo costoso e raffinato. So che apprezzerà.

Due fari puntano verso casa mia e, per un attimo, credo che sia arrivato. Ma la macchina gira più avanti. Dovrò aspettare ancora qualche minuto. Cioè, ha già mezz’ora di ritardo e non si è neanche degnato di avvisare. Ho dovuto spegnere il forno e carne si sta raffreddando. Pazienza. La riscalderemo con il microonde. Mi metto di vedetta alla finestra, dopo aver cercato inutilmente di chiamarlo. Si sarà scaricato il telefonino. Le dieci e venti. So che non verrà più. Nell’attesa, ho sentito il buonumore che se andava gradualmente, come un rubinetto aperto. Ora sto pensando che ho parato la casa ed il mio corpo per nessuno che li vedrà. Per cinque o sei volte, vedo dei fari venirmi incontro, però cambiano percorso quasi davanti al mio portone. Anche lui avrà cambiato strada per andare da una con più tette di me. Ma gliela farò pagare la prossima volta.

Questo pensiero, che non riesce a consolarmi, mi accompagna a letto verso le due del mattino. Ho bevuto il vino che avevo preparato per lui e guardato gli stupidi programmi che trasmettono a tarda notte. C’è anche un sacco di sesso. Allora non sono l’unica a restare sola il sabato sera. Tutta l’energia che ho usato per la cena, per scegliere l’abito giusto e per truccarmi, adesso si è liquefatta sul pavimento. Mi fa scivolare malamente, mentre sto sparecchiando controvoglia. Niente compagnia. Niente paroline dolci e calore che si insinua tra le gambe. Anche il letto stasera è più freddo del solito.

Mi rannicchio da un lato e ritrovo il pensiero della vendetta. Ma non mi scalda e non cancella il fallimento, con la conseguente emorragia di autostima. Meno male che domani è domenica. Mi sveglierò alle undici e farò colazione con il dolce preparato per la cena.

Passerà molto, molto tempo, prima che accetti un altro appuntamento con un uomo che potrebbe farmi innamorare.

Da “Abito parole”
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Venditore porta a porta

 

Suono il campanello e attendo. Ormai ho imparato che il trillo migliore ha una durata di un paio di secondi. Né troppo breve, né lungo da allarmare. E’ una porta standard da appartamento, dotata del solito spioncino al centro. Sento un rumore di passi strascinati di là del legno. Sta arrivando. Immagino la solita signora in pantofole e tuta da ginnastica. “Chi è?” La voce mi sorprende. Dev’essere molto giovane. Rispondo, con il tono più rassicurante che ho: “Sono Croin delle edizioni d’arte.” Attimo di silenzio, poi: “Cosa vuole?” È una sequenza che mi è ben nota. Ce l’hanno insegnato al corso per venditori, e in seguito l’ho verificata centinaia di volte, nella pratica quotidiana. Perciò continuo: “Proporle un interessante opera editoriale per la famiglia e lo studente.” Avrà figli? Se la risposta è si, tra un secondo aprirà, altrimenti… Non sento lo scatto della serratura, ma la sua voce, di nuovo: “Ho da fare. Torni un’altra volta.” È il momento nel quale diventa necessario forzare un po’ la mano: “Le farò perdere solo dieci minuti. Mi offre un caffè e le spiego tutto. Se la cosa non la interessa me ne vado subito.” Clang clang: “Entri. Ma non compro niente.” Appena varcato l’uscio, mi colpisce l’aspetto dimesso e un po’ triste dell’appartamento.
Eppure, i mobili sono carini e abbastanza costosi. C’è un ordine perfetto, con il posacenere al centro del tavolino in salotto. Il profumo di fiori, le luci nei punti giusti. La guardo. Avrà si e no venticinque anni. E’ piuttosto bruttina, anche se il corpo ha una certa carica sexy. Un’espressione assente e vagamente scontenta. Come se, invece di essere a casa sua, si trovasse sul posto di lavoro.
Mentre le illustro i mille pregi dell’enciclopedia che voglio venderle, tra occhi e gesti inizia un secondo dialogo muto. Sulle prime, equivoco; non è una profferta erotica, la sua. Qualcos’altro. Mi guarda come se si aspettasse un aiuto. Sembra attendersi che la prenda in braccio portandola via di lì. Per sempre. Nei miei panni, qualche collega senza scrupoli sfrutterebbe la situazione per sedurla. Scopata e vendita insieme. Ma, mostrandole le foto dell’enciclopedia, mi accorgo che si suoi occhi si accendono su molte pagine. Scorro veloce i capitoli (non bisogna annoiare il cliente, sennò si perde la trattativa) ed arrivo agli impressionisti. Il “Campo di girasoli” di Van Gogh la rapisce. Aspetto un po’, prima di voltare pagina. Allora lei mi prende dalle mani il volume ed inizia a sfogliarlo da sola. Si è innamorata. Intuisco che adesso non vorrebbe più fuggire con me. E’ già scappata dentro al libro. La osservo, bevendo il caffè. Sta cambiando espressione. Adesso viene il difficile. Farle accettare il costo dell’opera e convincerla che sarà facile pagarla, con i comodi bollettini postali. Le dico la cifra e cerco di indovinare i suoi pensieri, di prevenire eventuali incertezze, di prepararmi alle inevitabili obiezioni. Invece sbotta:”Meno di una lavatrice!” Stavo per proporle di parlarne con calma a suo marito. Potrei ripassare la sera a sentire le loro decisioni. Ma sarebbe un errore da pivello. Il suo entusiasmo va preso al volo. Quando esco con il contratto firmato sono al settimo cielo. E’ stata la vendita più veloce della mia breve carriera. Inoltre, se lo può permettere, così non mi verranno i soliti sensi di colpa che provo quando infinocchio gli ingenui, gli sprovveduti o i pensionati. E’ strano. Ho quasi la sensazione che sia stata lei a fregare me. Passano dieci anni. Una sera mi reco al vernissage di una pittrice esordiente, presentata dal miglior gallerista di Verona. Carambolo tra conoscenti e perditempo, perché ho visto in fondo alla sala un commerciante che voglio corteggiare. Sta parlando con la titolare della galleria. Sono di fronte ad una enorme tela coloratissima. Decido di avvicinarmi fingendo interesse per il quadro, così mi sarà facile attaccar bottone. Il dipinto è davvero bello. Dietro il segno naif si intuisce un’anima che sa controllare il dolore ed usarlo per arrivare alla felicità. Spiego questa cosa ai due spettatori, e la gallerista mi invita a conoscere l’artista, che mi sembra subito una faccia nota. Sento un bang nella testa e ricordo. La giovane signora triste che spese seicento euro in libri senza batter ciglio. Mi guarda, mi riconosce e mi dice: “Con lei ho fatto proprio un buon affare. Ho comprato la libertà ed il successo in un colpo solo”. Vorrei avere uno dei suoi quadri, ma non posso permettermelo. Sono troppo cari.

 

 

Da “Abito parole”
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