Primavera Sacra

Storie dal sottosuolo

Categoria: culture

La bautta

Attraverso il contempo orario
con la maledetta utopia
che avevo in tasca fin dalla nascita.
La sciagurata infelicità
che mi costringeva a guardare 
anche dietro le quinte
scoprendo l’inesistenza di dio
senza che nessuno me la rivelasse.
O, altrettanto, leggendo menzogne
negli occhi della gente
privo del coraggio di smascherarle.
Fino a capire, nemmeno tanto tardi
che la bugia è il prezzo.
Se la paghi subito, e in contanti, gli altri
si sentono tranquilli
perché sanno che rispetterai le regole
del loro gioco meschino.

 

P.S. La “bautta” è una maschera veneziana nera che veniva usata sopratutto dai nobili per celare la loro identità durante il carnevale.

Sapesse il cielo

L’uomo si guardò intorno alla ricerca di un tavolino libero. A quell’ora il caffè era sempre affollato, ma a lui non piaceva dover bere il cappuccino in fretta, appoggiandosi precariamente sul bancone. Oltretutto, quello era il modo migliore per sporcarsi con lo zucchero a velo della brioche. Si fece strada a fatica, in mezzo alla confusione delle otto di mattina, fino alla saletta interna dove intravide un posto libero, o quasi. Infatti, ad un tavolino d’angolo stava seduto, da solo, un signore vestito in modo piuttosto anacronistico. Quindi rimanevano ben tre posti liberi. “Ehm. La disturbo se mi siedo qui? Sa, non riesco a prendere la colazione in piedi, come fanno tutti. Per me son pazzi, o isterici.” Il buffo avventore, che indossava un’impeccabile redingote, alzò lo sguardo dal giornale: “Certo, si accomodi. Ci mancherebbe… Nemmeno a me piace questo popolo di frettolosi. E sa una cosa? Sono convinto che siano in pochi ad avere davvero i minuti contati. Tutti gli altri hanno furia, come dire? A prescindere.” Terminata la frase, tornò a leggere il quotidiano, facendo cadere la conversazione appena iniziata. Mentre sbocconcellava l’agognata brioche, il suo ospite si mise ad osservare i quadri alle pareti. Alcuni erano dipinti, altri stampe fotografiche, altri ancora pezzi di quaderni con scritte più o meno lunghe, scarabocchi, o soltanto una firma. Ecco. Quello era il motivo principale per apprezzare il Caffè delle Giubbe Rosse, malgrado a volte fosse un po’ troppo frequentato. Stare seduti lì dentro era come essere circondati da emozioni, stati d’animo, idee, a cui avevano dato il loro contributo sia artisti famosi che emeriti sconosciuti. Insomma, l’esatto contrario dei bar “moderni” asettici e anonimi, arredati da architetti di provincia con smanie di protagonismo (e allora sono proprio brutti). Si stava bene alle Giubbe Rosse, perché lì si respirava l’anima del mondo. Mentre rifletteva su questa e tante altre cose, sentì il rumore del giornale che veniva ripiegato e subito dopo la domanda: “Anche lei viene qui per togliersi dalla confusione della città? Io capito almeno un paio di volte la settimana. Mi siedo sempre allo stesso posto e rimango per un’oretta, giusto il tempo di leggere le notizie più importanti. Sa, un tempo avevo grandi aspettative sul futuro. Mi pareva che ogni invenzione dovesse cambiare in meglio la nostra vita. Ora non ne sono più tanto sicuro.” “Perché non lo è? Oggi abbiamo un sacco di strumenti che ci dispensano dalla necessità di faticare. Viviamo più a lungo ed abbiamo mille comodità. Cosa la disturba in tutto questo?” Il signore in finanziera scosse il capo: “Si guardi intorno. Intendo dire proprio adesso. Cosa vede? Tante facce sprofondate nella solitudine di un piccolo schermo. Occhi che fissano il vuoto a cinque centimetri di distanza. Come fa a non sgomentarsi? Forse sono un sognatore, un illuso, ma il futuro che speravo era fatto di grandi conquiste, di viaggi in mondi lontani, di scoperte che avrebbero messo fine alla miseria e alla disuguaglianza. Invece è successo tutt’altro. Nessuno si incanta a fissare l’orizzonte. Si accontentano magari di vederlo fotografato e costretto in quei piccoli specchietti per le allodole che chiamano smartphone. Che tristezza…” “Sa. Ora che ci penso. Io sono sempre stato incuriosito dall’anima. Anche dentro di noi c’è un orizzonte vastissimo, avventure, pericoli, oscuri segreti. Ho sempre sostenuto che la nostra parte più intima ed oscura vada illuminata, almeno di tanto in tanto, per evitare che i nostri demoni prendano il sopravvento. Ma questa società ha stravolto l’idea di mantenere l’armonia tra il dentro e il fuori. Dappertutto vedo volgarità, cinismo, sopraffazioni, come se quei demoni fossero scappati dalle gabbie ed ora agissero indisturbati. Non so se lei conosce certi meccanismi sociologici. Sono atrocemente semplici. Oggi, ad esempio, molte persone cercano l’orrore apposta; come se fosse una forma di spettacolo. Le cose, normali, al contrario, non interessano nessuno. Il bene è considerato un difetto, un limite, e non un valore. L’amore non esiste più. C’è solo il sesso, e magari talmente perverso o esasperato che scandalizzerebbe lo stesso De Sade. Cosa rimane? Sono ottimista per natura, però mi è difficile vedere il buono e il bello in questi rapporti umani malati.”

“Non se la prenda troppo. Intanto, non sono tutti così. Noi due, ad esempio, siamo diversi. Di certo abbiamo ancora quel minimo di educazione che permette un sano scambio di idee. Non è poco. Io sto smettendo di credere nel potere positivo delle invenzioni. Forse pure lei è deluso dalle sue indagini sull’anima. Eppure non ci scoraggiamo. E poi, noi esseri umani abbiamo una capacità splendida, che nessun computer potrà mai sostituire. È la stessa cosa che la fa venire in questo caffè piuttosto che andare in altri.” “Di cosa parla? Non capisco” “Parlo dell’arte. La più straordinaria e inspiegabile abilità dell’Homo Modernus.” “Ha ragione! In fondo, per quanto la tecnologia possa evolversi, l’arte sarà sempre un passo avanti. Ora devo andare. Grazie della compagnia. Spero di rivederla presto. Io mi chiamo Carl Gustav Jung. Lei è il signor…?”

“Jules. Jules Verne. Sognatore per professione.”

Dichiarazione d’amore

Arrivai per la prima volta in Versilia, nove anni fa, e mi accolse una stazione dall’aspetto dimesso, quasi squallida. Non un bel biglietto da visita per Viareggio, eppure, finii presto per innamorarmi della città. Diversamente dagli altri paesi della Versilia che si affacciano sul Tirreno, Viareggio ha una lunga tradizione marinara, splendide architetture Liberty, ed una storia ricchissima di grandi protagonisti; dal poeta inglese Percy Bysshe Shelley, che morì nell’incendio della sua nave di fronte alla piazza che oggi porta il suo nome, agli intellettuali che si ritrovavano al Caffè Margherita. Una gran dama, dunque, ma purtroppo una città “nobildonna” vituperata dai suoi stessi abitanti. Viareggio merita di meglio che l’incuria e il degrado attuale. Per questo, quando Stefano Pasquinucci mi ha proposto di partecipare al progetto di viareggiok.it ho subito accettato. Nel mio piccolo, voglio cercare di contribuire alla rinascita di questo luogo davvero meraviglioso, che è famoso per il suo Carnevale ma merita di diventarlo anche per mille altri motivi. Viareggiok.it non sarà il solito sito ma un innovativo “local network”, laddove la parola network non rimanda ad un sistema locale di pc collegati tra loro (tipicamente in reti aziendali) bensì a un portale che aiuterà le persone a trovarsi e conoscersi dal vivo, condividendo interessi, bisogni, esperienze e, perché no? anche la voglia di divertirsi insieme. Di solito, il limite del web è che ci fa allontanare dalla realtà. Viareggiok.it, al contrario, servirà a riportarci alla condivisione di idee, passioni, hobby, o problemi veri e concreti, che spesso possono essere risolti facilmente, se solo ci si organizza. Idealmente, viareggiok.it è una strada viareggina (la famosa Via Regia che diede il nome alla città) dalla Torre Matilde al Faro in fondo alla Darsena. 100 numeri civici che accoglieranno case di privati cittadini, botteghe e spazi comuni dedicati all’arte, allo sport, alla musica, alla letteratura, e a qualsiasi interesse possa accomunare le persone e arricchire la loro esperienza scambiandola con altri. Ma per spiegare cos’è viareggiok dovrei scrivere ancora parecchio, mentre è molto più facile capirlo visitando il sito. Buona navigazione a tutti!

Sul progresso

Stimolato anche, ma non solo, da una riflessione di Susanna Schimperna su Facebook, mi trovo a fare i conti con quell’immagine astratta, ma ben inculcata in ognuno di noi, che comunemente definiamo “progresso”. Si può definire progresso la tecnologia? No. Si può definire migliore degli altri lo stile di vita occidentale? No. Dal momento che la tecnologia ed il modello sociale tipico degli stati occidentali comportano un depauperamento del pianeta, essi non sono positivi. In effetti, non appartiene in alcun modo al pensiero occidentale o alle democrazie la capacità di debellare la guerra, le ingiustizie, la prevaricazione. L’unica differenza che vedo nel combattimento tra truppe americane, russe o israeliane ed i loro storici avversari è data dalla qualità delle armi usate, cioè dalla loro migliore e micidiale efficacia. La mia speranza che l’evoluzione della specie significhi anche evoluzione umana verso il bene è quotidianamente disattesa dalle notizie che ci arrivano dai luoghi di guerra. E qui sinceramente non riesco a vedere differenze tra il Medio Oriente e l’Ucraina. Un’analisi condotta senza moralismi dirà che il motivo di fondo di tali orrori è da ricercarsi nella necessità di arraffare il maggior numero possibile di risorse, dato che siamo in troppi su un pianeta sempre più povero. Ma è altrettanto vero che ci basiamo su un modello, il capitalismo, che può restare in piedi solo continuando ad ingrassare, proprio come uno stomaco vorace che per saziarsi ha bisogno di mangiare più cibo ad ogni pasto. Eppure, sappiamo anche che questo modus operandi non può continuare all’infinito. I cervelli confusi e malati che vedono la guerra come una soluzione dolorosa ma efficace a questo stato di cose sono perdenti per almeno un paio di ragioni. La prima è che laddove la guerra divampasse ovunque non sarebbe più nemmeno un’operazione “sanitaria” di spopolamento mirato, ma un suicidio, la seconda è che considerare la guerra come una scelta possibile, e in certe situazioni auspicabile, ci pone al di là di ogni pretesa di progresso. Come possiamo considerarci più progrediti di altre civiltà nel momento nel quale ammettiamo la guerra come un’opzione praticabile? Vedete qualche differenza tra chi uccide tagliando la testa al suo nemico e chi lo vaporizza con un missile? Tutto questo accade perché non siamo stati capaci di porre la politica al di sopra del potere economico. Il fallimento della politica ha di fatto impedito una forma di coordinamendo mondiale delle risorse, a partire dal controllo delle nascite e dalla gestione responsabile delle fonti energetiche, delle materie prime, dell’ecosistema. Dopo più di un secolo usiamo ancora veicoli inquinanti ed avidi di energie, solo perché questo stato di cose è nell’interesse di alcune grandi compagnie petrolifere. Se non ci fosse più l’impellente necessità di petrolio molti paesi delll’Africa e del Medio Oriente avrebbero governi stabili e garantirebbero ai loro cittadini una miglior qualità della vita. La destabilizzazione di nazioni come la Siria e la Libia serve solo a rapinarle delle oro materie prime senza doverle pagare il giusto prezzo. Non so se altri Paesi saprebbero compiere scelte più intelligenti, ma è certo che la Gran Bretagna e StatiUniti continuano a fare disastri da troppo tempo per lasciarli fare ancora. Dobbiamo trovare un nuovo modello di sviluppo nel quale il denaro torni ad essere uno strumento e non uno scopo, altrimenti arriveremo presto alla fine. Chi ironizza sulle critiche al capitalismo, dicendo che non esistono altre vie, è solo un Homoraptor incapace di accettare l’idea che l’evoluzione lo cancellerà per sempre dalla faccia della terra.

Dove sul palco

Iersera, dopo tanto, un piccolo concerto

poca gente, ma attenta, contenta

e si ripetè il mistico effetto

quel riflesso dei faretti

sulle cromature di una chitarra.

A guardarlo, bastano minuti per andarsene

dalla platea, andar dove non sai

di certo sul palco.

Di certo dentro la musica che rimbalza

da basso a tromba.

una voce, vi dico, un talento speciale

a passar da ironie gracchiate

a limpide corde maschie

sul filo del discorso

che ad un concerto, se riesce

porta lontano come il pifferaio

però con la mente lucida e il cuore gonfio.

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