Primavera Sacra

Storie dal sottosuolo

Categoria: diario di viaggio

Casa con la maniglia

Quando viaggio, cerco sempre di portarmi dietro la mia casa, stipandola in valigia. Oltre ai vestiti ed agli oggetti da toilette, ci metto dentro due o tre soprammobili che di solito stanno nella mia camera da letto.
Lo faccio per poter guardare qualcosa di familiare, prima di addormentarmi in una stanza d’albergo.
La presenza di una foto incorniciata o di un piccolo set da scrittura mi serve a non far caso alla folla di persone che hanno usato questo letto prima di me. E siccome sono un po’ paranoico, mentre sono lontano penso spesso che al ritorno potrei trovare la mia casa devastata dai ladri o distrutta da un incendio, o sequestrata da un tribunale… per fortuna, una minima parte del mio nido viaggia con me. La tengo in valigia. Se vado in aereo, nel bagaglio a mano.
Dovessi ricominciare tutto da capo non partirei da zero, ma da una sveglietta, uno foto o qualche penna raccolta in una scatola di ulivo.

Da “Abito parole”
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Rizzoli e-book, Libreria universitaria

Una stagione per pensare

Trascorsi il mese di novembre ad ispezionare il bosco. Gli alberi emanavano un odore immenso. La solitudine non pesava. Per una volta, nella vita, non sentivo alcun bisogno di avere qualcuno accanto. Al mattino, facevo colazione alla finestra guardando verso il monte Carega, quasi sempre avvolto da una corona di nuvole basse. Soltanto i miei familiari sapevano dov'ero. Il telefono l'avevo lasciato in città. Ciò mi permise una lunga distillazione. Nelle lunghe camminate, lasciavo veleni e sudori per la via, sapendo che alla terra non avrebbero fatto altrettanto male. Mentre il tempo scorreva, dimenticai le facce recenti, quelle insignificanti, quelle che avevo guardato solo per una qualsiasi necessità di lavoro o di convenienza sociale. Al primo esordio dell'inverno i miei ricordi si erano ormai concentrati sulle persone davvero care, scomparse o morte, ancora raggiungibili o irrimediabilmente lontane. Mi tornarono alla mente episodi minuti; chiacchiere a notte fonda mentre si stava seduti sulla spalletta del ponte dietro casa. Giuliano, Romeo ed io, ad almanaccare un futuro che in seguito avrebbe deluso tutti. Rividi anche Lulù, quando facevamo l'amore mettendoci più affetto che eros, e alternando caffè, spremute d'arancia, sigarette, folli idealismi.

Data la nostra situazione, agognavamo soprattutto la morte della gelosia, tra i sentimenti umani. Non accadde, certo, ma posso dichiarare con orgoglio che ci credevamo davvero. Sull'altopiano, la sera, mettevo un ciocco nel camino e mi perdevo a fissare le fiamme per ore. Non so dire dove andassero i miei pensieri in quei momenti. Ciò che mi prendeva aveva dello spleen e mi faceva diventare altro da me stesso. Purtroppo, durava poco. Qualche volta, invece di attraversare il bosco, preferivo andare a sedermi sullo strapiombo, restandoci finché arrivavo quasi al congelamento. Si può fare, se si ha la certezza di rifugiarsi poi rapidamente in una stanza calda. Sapevo già che ogni rapporto umano ci modifica, che può inquinarci, che può farci crescere o toglierci l'equilibrio. Però non conoscevo la reale portata dell'effetto che abbiamo gli uni sugli altri. La imparai lì sul monte. Seppi che questo influsso è tutto ciò che forma e deforma la vita di ognuno. Nel momento in cui ne presi coscienza ebbi un moto di ribellione. Mi parve indispensabile emendarmi da tutto questo. Sulle prime, progettai addirittura di prolungare la vacanza almeno per un altro mese. Poi, mi tornò alla mente una frase di John Donne che afferma: “nessun uomo è un'isola…”

Continuare a vivere tra le montagne non sarebbe servito a farmi guarire più di così. Potevo fare una cosa sola, in fondo; scegliere meglio le persone che voglio frequentare.

Istruzioni di viaggio

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Dato che solo il viaggio mi procura un po’ di sollievo, dovrò andare in giro per l’Europa, rifugiandomi negli autogrill stranieri, che poi non son diversi dai nostri, ad osservare la gente mentre parla in modi strani. Essenzialmente, un esercizio da alieni o da entomologi. Caricare l’auto con qualche merenda, acqua, carburante, per mettere la freccia e fermarsi in capo al mondo. Intendo dove la Finlandia finisce e inizia il Polo. Attendere finché la stanchezza sia estrema. Fermarsi a dormire in qualche sperso hotel dotato di sauna e colazione da vichinghi. La sera è ovunque. Inizia alle due del pomeriggio. Tanto tempo per fare amicizia con la coppia del negozio di liquori. Che mi racconterà sorridendo dell’ubriacone capace di scolare almeno cinque bottiglie di vodka in tre ore appena, giusto per non dover tornare a casa, senza riuscire ad incontrare l’oblio che lo salverebbe dalla moglie, dai giorni uguali, dalle trappole preparate per se stesso.

Avrò una compagna. Spero, la stessa di ora. E insieme faremo fronte comune contro le avversità. Un guasto al motore o la tormenta che ferma anche gli alci. Tanto, con un coltello Marttiini e carne di renna secca si può resistere anche per settimane. La scelta della meta, del mezzo, del percorso, schiva volutamente i luoghi troppo affollati, come le balere spagnole o le isole calde (una lunga sauna fa meglio, credetemi). Anima sfilacciata in un corpo quasi decaduto, non cerco altro che la semplicità. Si può stare una notte attorno al fuoco, magari cantando tutti insieme con stonature e simpatia. Il paradiso, se non è lì, ci passa molto vicino. Ho avuto tutto già. Soldi mal presi e peggio spesi; per imparare che forse servono, ma solo se possiedi molto altro (l’importante è dentro).

Il sesso, certo, esperienze forti contigue alla follia. Quando era un modo di dimenticare, poteva piacermi. Ora non più. Attenti, che qui viene il bello. Sottraendo via via le cazzate che in passato sembravano essenziali, non son restato senza nulla. Ora sono dotato di una coscienza aguzza. Un alito di vento tra i rami carichi di neve mi emoziona al punto che poi lo ricordo per giorni. Un bacio, un solo bacio, sul piazzale della stazione, mi urla in gola che esiste davvero la felicità. Il passaggio da esperienza ad assuefazione a nausea può sbucare in un luogo invisibile, bianco. Visto da fuori, lo si chiamerebbe innocenza. Non la direi una definizione accurata, però è quella che rende meglio l’idea. E’ una condizione iniziale, innata. Può tornarci chiunque. Anche partendo dalla fine di questo monologo bugiardo.

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