Primavera Sacra

Storie dal sottosuolo

Categoria: uomini

In memoria di Robert Pirsig

In questo web, di solito fin troppo veloce a produrre necrologi, scopro solo ora che il 27 aprile scorso se n’è andato Robert Pirsig, l’autore di “lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”. Era un grandissimo, per niente attratto dalle sirene del successo e dopo questo romanzo se ne andò in giro per il mondo in solitaria. Altri autori avrebbero iniziato a scrivere nuovi libri a macchinetta (almeno uno o due l’anno). Lui, invece, ci mise quasi vent’anni a scrivere il suo secondo e ultimo libro: “Lila”. Ciao Bob. E grazie per essere vissuto.

Sapesse il cielo

L’uomo si guardò intorno alla ricerca di un tavolino libero. A quell’ora il caffè era sempre affollato, ma a lui non piaceva dover bere il cappuccino in fretta, appoggiandosi precariamente sul bancone. Oltretutto, quello era il modo migliore per sporcarsi con lo zucchero a velo della brioche. Si fece strada a fatica, in mezzo alla confusione delle otto di mattina, fino alla saletta interna dove intravide un posto libero, o quasi. Infatti, ad un tavolino d’angolo stava seduto, da solo, un signore vestito in modo piuttosto anacronistico. Quindi rimanevano ben tre posti liberi. “Ehm. La disturbo se mi siedo qui? Sa, non riesco a prendere la colazione in piedi, come fanno tutti. Per me son pazzi, o isterici.” Il buffo avventore, che indossava un’impeccabile redingote, alzò lo sguardo dal giornale: “Certo, si accomodi. Ci mancherebbe… Nemmeno a me piace questo popolo di frettolosi. E sa una cosa? Sono convinto che siano in pochi ad avere davvero i minuti contati. Tutti gli altri hanno furia, come dire? A prescindere.” Terminata la frase, tornò a leggere il quotidiano, facendo cadere la conversazione appena iniziata. Mentre sbocconcellava l’agognata brioche, il suo ospite si mise ad osservare i quadri alle pareti. Alcuni erano dipinti, altri stampe fotografiche, altri ancora pezzi di quaderni con scritte più o meno lunghe, scarabocchi, o soltanto una firma. Ecco. Quello era il motivo principale per apprezzare il Caffè delle Giubbe Rosse, malgrado a volte fosse un po’ troppo frequentato. Stare seduti lì dentro era come essere circondati da emozioni, stati d’animo, idee, a cui avevano dato il loro contributo sia artisti famosi che emeriti sconosciuti. Insomma, l’esatto contrario dei bar “moderni” asettici e anonimi, arredati da architetti di provincia con smanie di protagonismo (e allora sono proprio brutti). Si stava bene alle Giubbe Rosse, perché lì si respirava l’anima del mondo. Mentre rifletteva su questa e tante altre cose, sentì il rumore del giornale che veniva ripiegato e subito dopo la domanda: “Anche lei viene qui per togliersi dalla confusione della città? Io capito almeno un paio di volte la settimana. Mi siedo sempre allo stesso posto e rimango per un’oretta, giusto il tempo di leggere le notizie più importanti. Sa, un tempo avevo grandi aspettative sul futuro. Mi pareva che ogni invenzione dovesse cambiare in meglio la nostra vita. Ora non ne sono più tanto sicuro.” “Perché non lo è? Oggi abbiamo un sacco di strumenti che ci dispensano dalla necessità di faticare. Viviamo più a lungo ed abbiamo mille comodità. Cosa la disturba in tutto questo?” Il signore in finanziera scosse il capo: “Si guardi intorno. Intendo dire proprio adesso. Cosa vede? Tante facce sprofondate nella solitudine di un piccolo schermo. Occhi che fissano il vuoto a cinque centimetri di distanza. Come fa a non sgomentarsi? Forse sono un sognatore, un illuso, ma il futuro che speravo era fatto di grandi conquiste, di viaggi in mondi lontani, di scoperte che avrebbero messo fine alla miseria e alla disuguaglianza. Invece è successo tutt’altro. Nessuno si incanta a fissare l’orizzonte. Si accontentano magari di vederlo fotografato e costretto in quei piccoli specchietti per le allodole che chiamano smartphone. Che tristezza…” “Sa. Ora che ci penso. Io sono sempre stato incuriosito dall’anima. Anche dentro di noi c’è un orizzonte vastissimo, avventure, pericoli, oscuri segreti. Ho sempre sostenuto che la nostra parte più intima ed oscura vada illuminata, almeno di tanto in tanto, per evitare che i nostri demoni prendano il sopravvento. Ma questa società ha stravolto l’idea di mantenere l’armonia tra il dentro e il fuori. Dappertutto vedo volgarità, cinismo, sopraffazioni, come se quei demoni fossero scappati dalle gabbie ed ora agissero indisturbati. Non so se lei conosce certi meccanismi sociologici. Sono atrocemente semplici. Oggi, ad esempio, molte persone cercano l’orrore apposta; come se fosse una forma di spettacolo. Le cose, normali, al contrario, non interessano nessuno. Il bene è considerato un difetto, un limite, e non un valore. L’amore non esiste più. C’è solo il sesso, e magari talmente perverso o esasperato che scandalizzerebbe lo stesso De Sade. Cosa rimane? Sono ottimista per natura, però mi è difficile vedere il buono e il bello in questi rapporti umani malati.”

“Non se la prenda troppo. Intanto, non sono tutti così. Noi due, ad esempio, siamo diversi. Di certo abbiamo ancora quel minimo di educazione che permette un sano scambio di idee. Non è poco. Io sto smettendo di credere nel potere positivo delle invenzioni. Forse pure lei è deluso dalle sue indagini sull’anima. Eppure non ci scoraggiamo. E poi, noi esseri umani abbiamo una capacità splendida, che nessun computer potrà mai sostituire. È la stessa cosa che la fa venire in questo caffè piuttosto che andare in altri.” “Di cosa parla? Non capisco” “Parlo dell’arte. La più straordinaria e inspiegabile abilità dell’Homo Modernus.” “Ha ragione! In fondo, per quanto la tecnologia possa evolversi, l’arte sarà sempre un passo avanti. Ora devo andare. Grazie della compagnia. Spero di rivederla presto. Io mi chiamo Carl Gustav Jung. Lei è il signor…?”

“Jules. Jules Verne. Sognatore per professione.”

Fare il tempo

Di mestiere, raccoglieva ferro ed altri metalli. Soldi in cambio non ne dava, ma potevi scegliere un oggetto tra gli scarti che prendeva da altri “clienti”. Aveva un piccolo trabiccolo a tre ruote che riusciva a caricare come un Tir. Nessuno si chiese mai dove fosse il deposito di tanta ricchezza gettata dai buoni borghesi. Solo io, che ne scrivo, mi sono preso la briga di immaginare il capolinea delle sue fatiche quotidiane. So che si tratta di una baracca abusiva, opportunamente collocata nella più estrema periferia. Era lì che lo stracciarolo smontava gli elettrodomestici pezzo a pezzo, ordinandoli per tipo di metallo; il rame di qua, il ferro in mezzo, l’alluminio fuori della tettoia, che tanto non arrugginisce. Qualche pezzo curioso lo serbava per sé, dentro la baracca. Si sa mai che potesse servire. Ovvio che, giorno dopo giorno, non rimanesse poi posto per nuove cianfrusaglie. Che farne allora? Prese gli oggetti più strani e iniziò a metterli insieme. Voleva costruire la macchina perfetta. A metà dell’opera però dovette fermarsi. Non aveva idea di come continuare. Men che meno, riusciva a indovinare l’uso futuro di quell’enorme ammasso di ferraglia. Era talmente ossessionato dalla sua costruzione da sognarla, talvolta, in certe notti agitate che gli rimanevano appiccicate addosso fino al mattino dopo. Questo era male, e gli faceva rimpiangere i bei sonni profondi che faceva prima. Perciò decise di sbarazzarsi del macchinario. Ma, prima che potesse dar corso alla sua drastica decisione, gli apparve un diavolo rosso e nero, verso le tre del mattino. Reggeva con entrambe le mani un foglio ingiallito, sul quale era scarabocchiato un disegno. Era la sua macchina, completata da numerosi meccanismi. Quel giorno non fece il solito giro per dedicarsi al marchingegno. Temeva di dimenticare qualche particolare importante se non ci avesse posto mano subito. Alla fine, era notte fonda, schiacciò l’unico pulsante di quel dispositivo incomprensibile e attese che succedesse qualcosa. Lì per lì non accadde nulla e si stava già dando del pazzo visionario quando gli ingranaggi si misero finalmente in moto. Adesso la baracca è ricoperta dalla vite selvatica. Si vede che è disabitata da molti anni. Il suo padrone è a zonzo, non per il mondo, ma per il tempo. Ho trovato le sue tracce in un documento datato 27 genaro 1197. Ogni tanto mi chiedo se gli piace girovagare anche nel futuro, ma non ho modo di saperlo. Oltre questo presente non riesco ad andare.

Il lusso della nostalgia

Ho deciso di riaprire quella porta, a dispetto dell’intima resistenza che per qualche giorno mi ha bloccato tentando di convincermi che no. La nostalgia non è alla mia portata. Costa troppo. Rischia di mettere in fila troppi pensieri e ricordi, portandomi chissà dove. Magari in posti pieni di pericoli. Vivendo un tempo sempre troppo presente tutto sembra opporsi alla nostalgia. Anche chi vive giornate grigie e tristi, di solito non la lascia entrare, temendo di aggiungere dolore al dolore. Ma il dolore provocato dalla nostalgia è forse il più dolce dei tormenti. Perciò sono tornato qui; davanti all’uscio di un appartamento modesto, in una palazzina dei primi anni del Novecento. Entro, e mi arriva subito la voce di zia dalla cucina. Mi raccomanda di usare le pattine, ché ha appena finito di dar la cera al pavimento. Sono nel piccolo corridoio in penombra. Alla mia destra, un finto arazzo con una scena di giochi circensi. È una corsa di bighe. Vedo il vincitore in primo piano. Mi rivolge un fiero sguardo di sfida. Con la mano destra regge le briglie, mentre la sinistra è alzata in alto in segno di saluto e di vittoria. Dietro, un gruppetto di nobildonne gli lancia occhiate cariche di eccitazione. Mentre appendo il berretto di lana all’attaccapanni invidio la sicurezza dell’auriga, perché sento già che non potrò arrivare ad averla anch’io. Però sono contento. La casa degli zii per me è l’unico porto sicuro. So già che nei prossimi giorni potrò meravigliarmi ancora nel vedere che zio Napoli (in realtà si chiama Napoleone) sa sbucciare una mela facendo una sola lunga spirale. So già che dovrò dormire in un letto piuttosto duro, ma accogliente, e che la mattina di domenica la banda del quartiere di Santa Toscana passerà sotto la mia finestra con le divise blu, i labari e la grancassa in testa, o quasi davanti, appena dopo i clarini. Finché sono qui penso che la vita è bellissima. Ecco. È arrivata la nostalgia, tutta di colpo. Devo posare la penna. Non posso continuare a scriverne.

Il Pilastro

Era un valligiano tranquillo, il Murat. Abitava in una grande casa di pietra che un tempo aveva ospitato una famiglia di dodici persone. Poi, la miseria ed i casi della vita si erano portati via tutti i fratelli di quel ragazzone buono a far tutto, tanto che in paese lo chiamavano Jolly. Andava dovunque ci fosse un lavoro da fare: un rubinetto che perdeva, la gettata in cemento di un solaio, la raccolta dell’erba medica destinata alle vacche. Per il suo aiuto, qualcuno lo ricompensava con un po’ di soldi, altri con cacciagione e verdure, altri ancora solo con un grazie. Il Murat comunque non faceva differenza. Era sempre lì, anche quando poteva aspettarsi in premio solo una sonora pacca sulla spalla. Oltre alle suddette faccende, Adelmo Murat si occupava amorevolmente dei genitori, combattendo contro l’avanzata dell’Alzheimer e degli altri cento acciacchi che affliggevano quella vecchia coppia di innamorati. Malgrado si arrabattasse in mezzo a tanti impegni e fatiche, nessuno ricorda di aver visto il Jolly triste. Non sarebbe coerente con il suo personaggio. Lui sorrideva. Sempre. Quando anche i genitori se ne andarono uno dopo l’altro verso il cielo, rimase ad abitare due delle otto stanze disponibili, tenendole  tutte rigorosamente in ordine.

Chi lo andava a visitare, per parlar di nulla davanti ad un bicchiere di rosso corposo, trovava una cucina linda ed ordinata. Nel mazzo della mediocrità esistono esseri tanto buoni e perfetti da parer finti. E’ una questione di statistica. Magari uno su un milione, ma ci sono. E con questo, la vita del Murat sarebbe già abbastanza raccontata, se non fosse per gli effetti del progresso. Si era negli anni Sessanta del secolo scorso, quando l’Italia era diventata un immenso cantiere stradale. Il caso volle che, esattamente sopra la camera da letto di Adelmo, dovesse passare l’autostrada del Brennero. Una via per il Nord ritenuta indispensabile allo sviluppo industriale della nazione. L’ordinanza di esproprio arrivò con un messo comunale, imbarazzato nel vedere con quanta cura Adelmo stesse piantando una pianta di rose vicino al cancello. Peraltro, l’uomo non tentò di ribellarsi. Sapeva di non avere la forza per contrastare una decisione presa molto in alto. Ma una sera all’osteria disse queste parole: “togliendomi la casa, hanno fatto peggio che ammazzarmi”. Aveva un’aria triste ed infelice. Nei giorni seguenti, ci fu dunque chi temette che il buon Murat avesse deciso di farla finita. Invece, non accadde nulla di nulla.

Il Jolly continuò imperterrito a fare i suoi lavoretti. Nel frattempo, era andato ad abitare in una villetta nuova, comoda, più vicina al paese della sua vecchia casa, ormai demolita. Non aveva vizi. L’avvocato Sandri (l’unico legale residente in quel paesino dimenticato)  lo aveva aiutato ad ottenere un congruo risarcimento per il danno subito. Così, mise da parte una piccola fortuna e nessuno si stupì quando iniziò a frequentare regolarmente un corso di inglese. Gli avevano detto che quella era la lingua del futuro. Che la parlavano milioni di persone in tutto il mondo. Anche se non si era mai mosso dalla sua vallata, il Murat volle impararla lo stesso. E siccome era un tipo pignolo, andò a scuola per cinque anni, arrivando a sapere l’inglese meglio dell’italiano. L’esplosione si verificò intorno alle quattro di una notte decembrina. Fu udita a molti chilometri di distanza. Per fortuna in quel momento non c’erano veicoli sul viadotto, che venne giù come se fosse stato di carta facendo un fracasso infernale. I carabinieri incaricati dell’indagine ipotizzarono seduta stante un attacco terroristico, ma nessun estremista tirolese rivendicò l’attentato. Proprio quella notte, il Murat aveva iniziato un viaggio di sola andata verso le isole Loföten, in Norvegia. Sapeva che ci avrebbero messo del tempo prima di arrivare a lui. E per la verità, a lui non arrivarono affatto, perchè in paese nessuno si sognò di tradirlo informando la Benemerita del suo rancore verso la Società Autostrade. Il jolly è una carta matta, imprevedibile.  Anche se non ti sarà più utile, è meglio evitare di contrariarla.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: