Primavera Sacra

Storie dal sottosuolo

Categoria: frammenti

Arabesco

Le damigelle stavano in silenzio. Picchiettavano le mie palpebre chiuse con diligente puntualità. Il sogno ne veniva distorto; si vedevano stormi di piccioni curvilinei a formare una figa di velluto. Dietro, baluginava il sole di una limpida primavera. Gli orsi uscivano dal letargo e i treni deragliavano allegri. Mentre i feriti cantavano, sul tutto scendeva il nulla. Come un sipario screpolato sul quale si poteva ancora intuire il disegno di due maschere intrecciate.

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Effetti collaterali

Persi l’uso delle gambe perché avevo veicoli per spostarmi ovunque, e i muscoli si atrofizzarono. Divenni miope a forza di guardare schermi luminosi che ingannavano gli occhi (poi il problema fu risolto brillantemente, collegando il nervo ottico a congegni di ripresa funzionanti in alta definizione). Nel timore di smarrirli, magari a causa di qualche brutta malattia, stipai i miei ricordi in varie unità collegate in rete. Ora sono felicemente immobile, però devo confessare di non sapere più chi io sia, salvo i momenti nei quali ritrovo la cartella che mi contiene. Comunque, capita di rado, perché appena ne esco scordo i complicati passaggi che devo fare per arrivarci.

La bautta

Attraverso il contempo orario
con la maledetta utopia
che avevo in tasca fin dalla nascita.
La sciagurata infelicità
che mi costringeva a guardare 
anche dietro le quinte
scoprendo l’inesistenza di dio
senza che nessuno me la rivelasse.
O, altrettanto, leggendo menzogne
negli occhi della gente
privo del coraggio di smascherarle.
Fino a capire, nemmeno tanto tardi
che la bugia è il prezzo.
Se la paghi subito, e in contanti, gli altri
si sentono tranquilli
perché sanno che rispetterai le regole
del loro gioco meschino.

 

P.S. La “bautta” è una maschera veneziana nera che veniva usata sopratutto dai nobili per celare la loro identità durante il carnevale.

Il salvadanaio

Era un bambino gracile. Gambette magre, pelle e occhi scuri, come i capelli, che però diventavano striati di biondo quando stava al sole d’estate. Vide che la mamma stava armeggiando intorno alla serratura del suo salvadanaio e si mise a piangere: “Sono miei i soldi che ci sono qui dentro. Perché li vuoi prendere?” La madre lo guardò, torva: “Mi servono. Sono rimasta senza e devo comprarci l’affettato per fare un panino a tuo padre. Lo sai che sgobba tutti i giorni per noi, vero?” A quelle parole, il bimbo si chetò, pensando che se i suoi soldi servivano a mangiare era giusto che lui li perdesse. In seguito, mamma vendette i piccoli gioielli che il bambino aveva ricevuto in regalo per la comunione e la cresima. Il motivo era sempre lo stesso. “C’è bisogno di soldi. Stai zitto e non lamentarti. Poi si scoprì che i soldi, tanto soldi, venivano spesi in decine di bollette del Lotto. Diventato adulto, quel bambino fu uno scialacquatore. Appena aveva qualche banconota la spendeva per comprarsi qualsiasi cosa. Anche il più inutile del gadget. Preferì far così, piuttosto che vedere i soldi sparire nel nulla.

Dedicato a tutte le persone che soffrono di ludopatia, ma sopratutto ai loro congiunti e familiari, costretti ad una vita misera da questa terribile tossicodipendenza. Con il disonore di uno Stato che molto ha fatto e sta facendo per diffondere il più possibile questa piaga tra gli italiani.

Cuor d’Estate

La fossa era verde

come la finestra.

Si accalcava per tradire le mie aspettative

senza rispetto per i minuti pensieri

che tentavano di rialzare la testa.

L’idea di incontrare un amico al bar

o di fare una lunga camminata nel bosco

e tante altre piccole intenzioni

soffocarono sotto al fango di un’angoscia

subdola e pervasiva.

Poi arrivò il sole

dentro una lunga estate che seccò la melma.

I germogli delle azioni mai intraprese

spuntarono tra le crepe.

L’orizzonte divenne

un festival di colori.

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