Venditore porta a porta

di Secessionista


 

Suono il campanello e attendo. Ormai ho imparato che il trillo migliore ha una durata di un paio di secondi. Né troppo breve, né lungo da allarmare. E’ una porta standard da appartamento, dotata del solito spioncino al centro. Sento un rumore di passi strascinati di là del legno. Sta arrivando. Immagino la solita signora in pantofole e tuta da ginnastica. “Chi è?” La voce mi sorprende. Dev’essere molto giovane. Rispondo, con il tono più rassicurante che ho: “Sono Croin delle edizioni d’arte.” Attimo di silenzio, poi: “Cosa vuole?” È una sequenza che mi è ben nota. Ce l’hanno insegnato al corso per venditori, e in seguito l’ho verificata centinaia di volte, nella pratica quotidiana. Perciò continuo: “Proporle un interessante opera editoriale per la famiglia e lo studente.” Avrà figli? Se la risposta è si, tra un secondo aprirà, altrimenti… Non sento lo scatto della serratura, ma la sua voce, di nuovo: “Ho da fare. Torni un’altra volta.” È il momento nel quale diventa necessario forzare un po’ la mano: “Le farò perdere solo dieci minuti. Mi offre un caffè e le spiego tutto. Se la cosa non la interessa me ne vado subito.” Clang clang: “Entri. Ma non compro niente.” Appena varcato l’uscio, mi colpisce l’aspetto dimesso e un po’ triste dell’appartamento.
Eppure, i mobili sono carini e abbastanza costosi. C’è un ordine perfetto, con il posacenere al centro del tavolino in salotto. Il profumo di fiori, le luci nei punti giusti. La guardo. Avrà si e no venticinque anni. E’ piuttosto bruttina, anche se il corpo ha una certa carica sexy. Un’espressione assente e vagamente scontenta. Come se, invece di essere a casa sua, si trovasse sul posto di lavoro.
Mentre le illustro i mille pregi dell’enciclopedia che voglio venderle, tra occhi e gesti inizia un secondo dialogo muto. Sulle prime, equivoco; non è una profferta erotica, la sua. Qualcos’altro. Mi guarda come se si aspettasse un aiuto. Sembra attendersi che la prenda in braccio portandola via di lì. Per sempre. Nei miei panni, qualche collega senza scrupoli sfrutterebbe la situazione per sedurla. Scopata e vendita insieme. Ma, mostrandole le foto dell’enciclopedia, mi accorgo che si suoi occhi si accendono su molte pagine. Scorro veloce i capitoli (non bisogna annoiare il cliente, sennò si perde la trattativa) ed arrivo agli impressionisti. Il “Campo di girasoli” di Van Gogh la rapisce. Aspetto un po’, prima di voltare pagina. Allora lei mi prende dalle mani il volume ed inizia a sfogliarlo da sola. Si è innamorata. Intuisco che adesso non vorrebbe più fuggire con me. E’ già scappata dentro al libro. La osservo, bevendo il caffè. Sta cambiando espressione. Adesso viene il difficile. Farle accettare il costo dell’opera e convincerla che sarà facile pagarla, con i comodi bollettini postali. Le dico la cifra e cerco di indovinare i suoi pensieri, di prevenire eventuali incertezze, di prepararmi alle inevitabili obiezioni. Invece sbotta:”Meno di una lavatrice!” Stavo per proporle di parlarne con calma a suo marito. Potrei ripassare la sera a sentire le loro decisioni. Ma sarebbe un errore da pivello. Il suo entusiasmo va preso al volo. Quando esco con il contratto firmato sono al settimo cielo. E’ stata la vendita più veloce della mia breve carriera. Inoltre, se lo può permettere, così non mi verranno i soliti sensi di colpa che provo quando infinocchio gli ingenui, gli sprovveduti o i pensionati. E’ strano. Ho quasi la sensazione che sia stata lei a fregare me. Passano dieci anni. Una sera mi reco al vernissage di una pittrice esordiente, presentata dal miglior gallerista di Verona. Carambolo tra conoscenti e perditempo, perché ho visto in fondo alla sala un commerciante che voglio corteggiare. Sta parlando con la titolare della galleria. Sono di fronte ad una enorme tela coloratissima. Decido di avvicinarmi fingendo interesse per il quadro, così mi sarà facile attaccar bottone. Il dipinto è davvero bello. Dietro il segno naif si intuisce un’anima che sa controllare il dolore ed usarlo per arrivare alla felicità. Spiego questa cosa ai due spettatori, e la gallerista mi invita a conoscere l’artista, che mi sembra subito una faccia nota. Sento un bang nella testa e ricordo. La giovane signora triste che spese seicento euro in libri senza batter ciglio. Mi guarda, mi riconosce e mi dice: “Con lei ho fatto proprio un buon affare. Ho comprato la libertà ed il successo in un colpo solo”. Vorrei avere uno dei suoi quadri, ma non posso permettermelo. Sono troppo cari.

 

 

Da “Abito parole”
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