Primavera Sacra

Storie dal sottosuolo

Categoria: ricordi

Il lusso della nostalgia

Ho deciso di riaprire quella porta, a dispetto dell’intima resistenza che per qualche giorno mi ha bloccato tentando di convincermi che no. La nostalgia non è alla mia portata. Costa troppo. Rischia di mettere in fila troppi pensieri e ricordi, portandomi chissà dove. Magari in posti pieni di pericoli. Vivendo un tempo sempre troppo presente tutto sembra opporsi alla nostalgia. Anche chi vive giornate grigie e tristi, di solito non la lascia entrare, temendo di aggiungere dolore al dolore. Ma il dolore provocato dalla nostalgia è forse il più dolce dei tormenti. Perciò sono tornato qui; davanti all’uscio di un appartamento modesto, in una palazzina dei primi anni del Novecento. Entro, e mi arriva subito la voce di zia dalla cucina. Mi raccomanda di usare le pattine, ché ha appena finito di dar la cera al pavimento. Sono nel piccolo corridoio in penombra. Alla mia destra, un finto arazzo con una scena di giochi circensi. È una corsa di bighe. Vedo il vincitore in primo piano. Mi rivolge un fiero sguardo di sfida. Con la mano destra regge le briglie, mentre la sinistra è alzata in alto in segno di saluto e di vittoria. Dietro, un gruppetto di nobildonne gli lancia occhiate cariche di eccitazione. Mentre appendo il berretto di lana all’attaccapanni invidio la sicurezza dell’auriga, perché sento già che non potrò arrivare ad averla anch’io. Però sono contento. La casa degli zii per me è l’unico porto sicuro. So già che nei prossimi giorni potrò meravigliarmi ancora nel vedere che zio Napoli (in realtà si chiama Napoleone) sa sbucciare una mela facendo una sola lunga spirale. So già che dovrò dormire in un letto piuttosto duro, ma accogliente, e che la mattina di domenica la banda del quartiere di Santa Toscana passerà sotto la mia finestra con le divise blu, i labari e la grancassa in testa, o quasi davanti, appena dopo i clarini. Finché sono qui penso che la vita è bellissima. Ecco. È arrivata la nostalgia, tutta di colpo. Devo posare la penna. Non posso continuare a scriverne.

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Rapido di seconda classe

Quel treno non ti risparmiava nulla del caldo appiccicoso. Si viaggiava, nelle notti di luglio, sporgendo il capo per cercare un poco di refrigerio. All’arrivo, potevi capire facilmente chi veniva da lontano, perché aveva il viso annerito dallo smog. Se avevi la fortuna di sedere vicino a una persona interessante ti mettevi a chiacchierare, altrimenti guardavi le vedutine stampate in bianco e nero appese sopra ogni posto. Rappresentavano le bellezze dell’Italia, ma non ne riconobbi mai nemmeno una. Nei periodi di grandi spostamenti, come le vacanze estive, ogni scompartimento era stipato oltre l’immaginabile, e per andare in bagno dovevi scavalcare una montagna di valigie, borse, zaini e scatole di tutti i generi. In qualche caso l’affollamento era tale che dovevi farti tutto il viaggio reggendoti ai sostegni posti di fronte alle porte di uscita, spostandoti ad ogni fermata per far passare chi doveva scendere. Una volta feci il viaggio accanto a cinque ragazze che erano state alle Cinque Terre. Le loro descrizioni mi affascinarono. Queste cinque terre dovevano essere un posto molto bello, e parecchio fuori dal mondo. Da quel che si dicevano capii (o fraintesi) che ci si poteva arrivare soltanto a piedi. Sarà forse a causa di questo ricordo un po’ appannato, ma anche adesso, che alle Cinque Terre ci vado abbastanza spesso, continuo a provare l’emozione di entrare in una specie di fiaba, dove il mio tedio di vivere si dissolve puntualmente, salvo riapparire sulla via del ritorno. Ma io ne do la colpa ai treni troppo moderni.

Il lusso della nostalgia

Ho deciso di riaprire quella porta, a dispetto dell’intima resistenza che per qualche giorno mi ha bloccato tentando di convincermi che no. La nostalgia non è alla mia portata. Costa troppo. Rischia di mettere in fila troppi pensieri e ricordi, portandomi chissà dove. Magari in posti pieni di pericoli. Vivendo un tempo sempre troppo presente tutto sembra opporsi alla nostalgia. Anche chi vive giornate grigie e tristi, di solito non la lascia entrare, temendo di aggiungere dolore al dolore. Ma il dolore provocato dalla nostalgia è forse il più dolce dei tormenti. Perciò sono tornato qui; davanti all’uscio di un appartamento modesto, in una palazzina dei primi anni del Novecento. Entro, e mi arriva subito la voce di zia dalla cucina. Mi raccomanda di usare le pattine, ché ha appena finito di dar la cera al pavimento. Sono nel piccolo corridoio in penombra. Alla mia destra, un finto arazzo con una scena di giochi circensi. È una corsa di bighe. Vedo il vincitore in primo piano. Mi rivolge un fiero sguardo di sfida. Con la mano destra regge le briglie, mentre la sinistra è alzata in alto in segno di saluto e di vittoria. Dietro, un gruppetto di nobildonne gli lancia occhiate cariche di eccitazione. Mentre appendo il berretto di lana all’attaccapanni invidio la sicurezza dell’auriga, perché sento già che non potrò arrivare ad averla anch’io. Però sono contento. La casa degli zii per me è l’unico porto sicuro. So già che nei prossimi giorni potrò meravigliarmi ancora nel vedere che zio Napoli (in realtà si chiama Napoleone) sa sbucciare una mela facendo una sola lunga spirale. So già che dovrò dormire in un letto piuttosto duro, ma accogliente, e che la mattina di domenica la banda del quartiere di Santa Toscana passerà sotto la mia finestra con le divise blu, i labari e la grancassa in testa, o quasi davanti, appena dopo i clarini. Finché sono qui penso che la vita è bellissima. Ecco. È arrivata la nostalgia, tutta di colpo. Devo posare la penna. Non posso continuare a scriverne.

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