Primavera Sacra

Storie dal sottosuolo

Categoria: Racconti

Sapesse il cielo

L’uomo si guardò intorno alla ricerca di un tavolino libero. A quell’ora il caffè era sempre affollato, ma a lui non piaceva dover bere il cappuccino in fretta, appoggiandosi precariamente sul bancone. Oltretutto, quello era il modo migliore per sporcarsi con lo zucchero a velo della brioche. Si fece strada a fatica, in mezzo alla confusione delle otto di mattina, fino alla saletta interna dove intravide un posto libero, o quasi. Infatti, ad un tavolino d’angolo stava seduto, da solo, un signore vestito in modo piuttosto anacronistico. Quindi rimanevano ben tre posti liberi. “Ehm. La disturbo se mi siedo qui? Sa, non riesco a prendere la colazione in piedi, come fanno tutti. Per me son pazzi, o isterici.” Il buffo avventore, che indossava un’impeccabile redingote, alzò lo sguardo dal giornale: “Certo, si accomodi. Ci mancherebbe… Nemmeno a me piace questo popolo di frettolosi. E sa una cosa? Sono convinto che siano in pochi ad avere davvero i minuti contati. Tutti gli altri hanno furia, come dire? A prescindere.” Terminata la frase, tornò a leggere il quotidiano, facendo cadere la conversazione appena iniziata. Mentre sbocconcellava l’agognata brioche, il suo ospite si mise ad osservare i quadri alle pareti. Alcuni erano dipinti, altri stampe fotografiche, altri ancora pezzi di quaderni con scritte più o meno lunghe, scarabocchi, o soltanto una firma. Ecco. Quello era il motivo principale per apprezzare il Caffè delle Giubbe Rosse, malgrado a volte fosse un po’ troppo frequentato. Stare seduti lì dentro era come essere circondati da emozioni, stati d’animo, idee, a cui avevano dato il loro contributo sia artisti famosi che emeriti sconosciuti. Insomma, l’esatto contrario dei bar “moderni” asettici e anonimi, arredati da architetti di provincia con smanie di protagonismo (e allora sono proprio brutti). Si stava bene alle Giubbe Rosse, perché lì si respirava l’anima del mondo. Mentre rifletteva su questa e tante altre cose, sentì il rumore del giornale che veniva ripiegato e subito dopo la domanda: “Anche lei viene qui per togliersi dalla confusione della città? Io capito almeno un paio di volte la settimana. Mi siedo sempre allo stesso posto e rimango per un’oretta, giusto il tempo di leggere le notizie più importanti. Sa, un tempo avevo grandi aspettative sul futuro. Mi pareva che ogni invenzione dovesse cambiare in meglio la nostra vita. Ora non ne sono più tanto sicuro.” “Perché non lo è? Oggi abbiamo un sacco di strumenti che ci dispensano dalla necessità di faticare. Viviamo più a lungo ed abbiamo mille comodità. Cosa la disturba in tutto questo?” Il signore in finanziera scosse il capo: “Si guardi intorno. Intendo dire proprio adesso. Cosa vede? Tante facce sprofondate nella solitudine di un piccolo schermo. Occhi che fissano il vuoto a cinque centimetri di distanza. Come fa a non sgomentarsi? Forse sono un sognatore, un illuso, ma il futuro che speravo era fatto di grandi conquiste, di viaggi in mondi lontani, di scoperte che avrebbero messo fine alla miseria e alla disuguaglianza. Invece è successo tutt’altro. Nessuno si incanta a fissare l’orizzonte. Si accontentano magari di vederlo fotografato e costretto in quei piccoli specchietti per le allodole che chiamano smartphone. Che tristezza…” “Sa. Ora che ci penso. Io sono sempre stato incuriosito dall’anima. Anche dentro di noi c’è un orizzonte vastissimo, avventure, pericoli, oscuri segreti. Ho sempre sostenuto che la nostra parte più intima ed oscura vada illuminata, almeno di tanto in tanto, per evitare che i nostri demoni prendano il sopravvento. Ma questa società ha stravolto l’idea di mantenere l’armonia tra il dentro e il fuori. Dappertutto vedo volgarità, cinismo, sopraffazioni, come se quei demoni fossero scappati dalle gabbie ed ora agissero indisturbati. Non so se lei conosce certi meccanismi sociologici. Sono atrocemente semplici. Oggi, ad esempio, molte persone cercano l’orrore apposta; come se fosse una forma di spettacolo. Le cose, normali, al contrario, non interessano nessuno. Il bene è considerato un difetto, un limite, e non un valore. L’amore non esiste più. C’è solo il sesso, e magari talmente perverso o esasperato che scandalizzerebbe lo stesso De Sade. Cosa rimane? Sono ottimista per natura, però mi è difficile vedere il buono e il bello in questi rapporti umani malati.”

“Non se la prenda troppo. Intanto, non sono tutti così. Noi due, ad esempio, siamo diversi. Di certo abbiamo ancora quel minimo di educazione che permette un sano scambio di idee. Non è poco. Io sto smettendo di credere nel potere positivo delle invenzioni. Forse pure lei è deluso dalle sue indagini sull’anima. Eppure non ci scoraggiamo. E poi, noi esseri umani abbiamo una capacità splendida, che nessun computer potrà mai sostituire. È la stessa cosa che la fa venire in questo caffè piuttosto che andare in altri.” “Di cosa parla? Non capisco” “Parlo dell’arte. La più straordinaria e inspiegabile abilità dell’Homo Modernus.” “Ha ragione! In fondo, per quanto la tecnologia possa evolversi, l’arte sarà sempre un passo avanti. Ora devo andare. Grazie della compagnia. Spero di rivederla presto. Io mi chiamo Carl Gustav Jung. Lei è il signor…?”

“Jules. Jules Verne. Sognatore per professione.”

Fare il tempo

Di mestiere, raccoglieva ferro ed altri metalli. Soldi in cambio non ne dava, ma potevi scegliere un oggetto tra gli scarti che prendeva da altri “clienti”. Aveva un piccolo trabiccolo a tre ruote che riusciva a caricare come un Tir. Nessuno si chiese mai dove fosse il deposito di tanta ricchezza gettata dai buoni borghesi. Solo io, che ne scrivo, mi sono preso la briga di immaginare il capolinea delle sue fatiche quotidiane. So che si tratta di una baracca abusiva, opportunamente collocata nella più estrema periferia. Era lì che lo stracciarolo smontava gli elettrodomestici pezzo a pezzo, ordinandoli per tipo di metallo; il rame di qua, il ferro in mezzo, l’alluminio fuori della tettoia, che tanto non arrugginisce. Qualche pezzo curioso lo serbava per sé, dentro la baracca. Si sa mai che potesse servire. Ovvio che, giorno dopo giorno, non rimanesse poi posto per nuove cianfrusaglie. Che farne allora? Prese gli oggetti più strani e iniziò a metterli insieme. Voleva costruire la macchina perfetta. A metà dell’opera però dovette fermarsi. Non aveva idea di come continuare. Men che meno, riusciva a indovinare l’uso futuro di quell’enorme ammasso di ferraglia. Era talmente ossessionato dalla sua costruzione da sognarla, talvolta, in certe notti agitate che gli rimanevano appiccicate addosso fino al mattino dopo. Questo era male, e gli faceva rimpiangere i bei sonni profondi che faceva prima. Perciò decise di sbarazzarsi del macchinario. Ma, prima che potesse dar corso alla sua drastica decisione, gli apparve un diavolo rosso e nero, verso le tre del mattino. Reggeva con entrambe le mani un foglio ingiallito, sul quale era scarabocchiato un disegno. Era la sua macchina, completata da numerosi meccanismi. Quel giorno non fece il solito giro per dedicarsi al marchingegno. Temeva di dimenticare qualche particolare importante se non ci avesse posto mano subito. Alla fine, era notte fonda, schiacciò l’unico pulsante di quel dispositivo incomprensibile e attese che succedesse qualcosa. Lì per lì non accadde nulla e si stava già dando del pazzo visionario quando gli ingranaggi si misero finalmente in moto. Adesso la baracca è ricoperta dalla vite selvatica. Si vede che è disabitata da molti anni. Il suo padrone è a zonzo, non per il mondo, ma per il tempo. Ho trovato le sue tracce in un documento datato 27 genaro 1197. Ogni tanto mi chiedo se gli piace girovagare anche nel futuro, ma non ho modo di saperlo. Oltre questo presente non riesco ad andare.

Insegnare la vita

Era un bambino ribelle. Fino ai cinque anni di età aveva fatto il “bravo” ed era cresciuto senza disturbare il mondo degli adulti, del quale capiva ben poco. Poi, gli erano capitate varie ingiustizie, che non poteva spiegarsi in altro modo che con la cattiveria. Perché doveva scrivere con la destra, se gli veniva istintivo farlo con la sinistra? Perché a scuola gli era capitato di sentirsi chiamare “terrone” con tono dispregiativo da un maestro, a causa del suo cognome? Lui non sapeva cosa volesse dire “terrone”, ma che fosse un insulto gli fu chiaro dagli sghignazzi degli altri alunni. Mise in fila i tanti soprusi che aveva subìto e decise di ribellarsi al mondo. Fu così che, quando la sua famiglia traslocò per l’ennesima volta, la sua rabbia, finalmente, esplose. Oltretutto, si trovò a crescere in un paesino di campagna dove i ragazzini erano parecchio solidali tra loro e mal sopportavano uno che veniva dalla città. Un giorno, mentre il nuovo maestro spiegava che Dio è il creatore e signore del mondo, il bimbo alzò la manina e fece una domanda molto semplice: “Maestro, può dimostrare che Dio esiste?” Il povero insegnante tentò di rispondere in modo indiretto, facendo riferimento alla bellezza del Creato. Ma lui si sentì preso in giro. Sollevò la sua copia del vangelo e la tirò dritta in testa all’uomo. Se accadesse oggi, probabilmente gli sarebbe diagnosticato un grave disturbo del comportamento e dell’attenzione. Detta in breve, lo porterebbero dal medico per curarlo in modo adeguato, cioè con qualche psicofarmaco. Ma qui si parla degli anni Sessanta del secolo scorso. E l’opinione del maestro era ancora importante. In ogni caso, quel brav’uomo non poteva evitare di punirlo, altrimenti avrebbe perso il rispetto della classe. Quindi gli diede due giorni di sospensione, e morta lì. Quando il bambino tornò a scuola era ancora diffidente verso il maestro, ma il fatto che costui non avesse reagito al fattaccio, magari picchiandolo, lo lasciava perplesso. Il maestro doveva essere un tipo speciale di adulto, altrimenti gliele avrebbe date di santa ragione. Ora, viene spontaneo pensare che il bambino sarebbe stato trattato comunque con una certa durezza dopo quell’episodio. Forse avrebbe avuto voti sempre un poco più bassi di quanto meritava. In fondo, un uomo che si è preso un libro in testa ha diritto a prendere in antipatia l’autore di un gesto tanto violento e maleducato. Invece non fu così. Quando c’era da fare un lavoretto divertente, come ritagliare le sagome delle maschere di carnevale con il traforo nuovo di zecca, il maestro Paolo chiamava sempre proprio quel bambino, insieme ai più bravi della classe. E a maggio, nella rivista della scuola fatta col ciclostile, proprio quel bambino ebbe la soddisfazione di veder stampata la poesia in dialetto napoletano che aveva scritto basandosi sulla storia dei “Promessi sposi”. Fino a quel momento, invece, era convinto di non avere alcuna qualità. Non sapeva disegnare, né giocare bene a calcio come i suoi compagni di classe. La poesia fu dunque il mezzo che lo distolse dal rischio di avviarsi su una cattiva strada. E a distanza di quarant’anni, ormai divenuto egli stesso adulto, continuò a guadagnarsi il pane scrivendo. Gli insegnamenti più importanti della vita non arrivano con le parole, ma con l’esempio, con il comportamento, con le azioni. Senza dire nulla, il maestro aveva cancellato la negatività che il bambino vedeva nel mondo e l’aveva sostituita con la passione e l’entusiasmo. Niente ramanzine o sermoni. Solo un po’ d’amore, seppur tenuto ben nascosto.

 

Questo racconto ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria all’edizione 2016 del concorso letterario di Busto Arsizio. Per altri dettagli clicca qui:

http://www.informazioneonline.it/LAY009/L00911.aspx?arg=1066&id=25731

Il Pilastro

Era un valligiano tranquillo, il Murat. Abitava in una grande casa di pietra che un tempo aveva ospitato una famiglia di dodici persone. Poi, la miseria ed i casi della vita si erano portati via tutti i fratelli di quel ragazzone buono a far tutto, tanto che in paese lo chiamavano Jolly. Andava dovunque ci fosse un lavoro da fare: un rubinetto che perdeva, la gettata in cemento di un solaio, la raccolta dell’erba medica destinata alle vacche. Per il suo aiuto, qualcuno lo ricompensava con un po’ di soldi, altri con cacciagione e verdure, altri ancora solo con un grazie. Il Murat comunque non faceva differenza. Era sempre lì, anche quando poteva aspettarsi in premio solo una sonora pacca sulla spalla. Oltre alle suddette faccende, Adelmo Murat si occupava amorevolmente dei genitori, combattendo contro l’avanzata dell’Alzheimer e degli altri cento acciacchi che affliggevano quella vecchia coppia di innamorati. Malgrado si arrabattasse in mezzo a tanti impegni e fatiche, nessuno ricorda di aver visto il Jolly triste. Non sarebbe coerente con il suo personaggio. Lui sorrideva. Sempre. Quando anche i genitori se ne andarono uno dopo l’altro verso il cielo, rimase ad abitare due delle otto stanze disponibili, tenendole  tutte rigorosamente in ordine.

Chi lo andava a visitare, per parlar di nulla davanti ad un bicchiere di rosso corposo, trovava una cucina linda ed ordinata. Nel mazzo della mediocrità esistono esseri tanto buoni e perfetti da parer finti. E’ una questione di statistica. Magari uno su un milione, ma ci sono. E con questo, la vita del Murat sarebbe già abbastanza raccontata, se non fosse per gli effetti del progresso. Si era negli anni Sessanta del secolo scorso, quando l’Italia era diventata un immenso cantiere stradale. Il caso volle che, esattamente sopra la camera da letto di Adelmo, dovesse passare l’autostrada del Brennero. Una via per il Nord ritenuta indispensabile allo sviluppo industriale della nazione. L’ordinanza di esproprio arrivò con un messo comunale, imbarazzato nel vedere con quanta cura Adelmo stesse piantando una pianta di rose vicino al cancello. Peraltro, l’uomo non tentò di ribellarsi. Sapeva di non avere la forza per contrastare una decisione presa molto in alto. Ma una sera all’osteria disse queste parole: “togliendomi la casa, hanno fatto peggio che ammazzarmi”. Aveva un’aria triste ed infelice. Nei giorni seguenti, ci fu dunque chi temette che il buon Murat avesse deciso di farla finita. Invece, non accadde nulla di nulla.

Il Jolly continuò imperterrito a fare i suoi lavoretti. Nel frattempo, era andato ad abitare in una villetta nuova, comoda, più vicina al paese della sua vecchia casa, ormai demolita. Non aveva vizi. L’avvocato Sandri (l’unico legale residente in quel paesino dimenticato)  lo aveva aiutato ad ottenere un congruo risarcimento per il danno subito. Così, mise da parte una piccola fortuna e nessuno si stupì quando iniziò a frequentare regolarmente un corso di inglese. Gli avevano detto che quella era la lingua del futuro. Che la parlavano milioni di persone in tutto il mondo. Anche se non si era mai mosso dalla sua vallata, il Murat volle impararla lo stesso. E siccome era un tipo pignolo, andò a scuola per cinque anni, arrivando a sapere l’inglese meglio dell’italiano. L’esplosione si verificò intorno alle quattro di una notte decembrina. Fu udita a molti chilometri di distanza. Per fortuna in quel momento non c’erano veicoli sul viadotto, che venne giù come se fosse stato di carta facendo un fracasso infernale. I carabinieri incaricati dell’indagine ipotizzarono seduta stante un attacco terroristico, ma nessun estremista tirolese rivendicò l’attentato. Proprio quella notte, il Murat aveva iniziato un viaggio di sola andata verso le isole Loföten, in Norvegia. Sapeva che ci avrebbero messo del tempo prima di arrivare a lui. E per la verità, a lui non arrivarono affatto, perchè in paese nessuno si sognò di tradirlo informando la Benemerita del suo rancore verso la Società Autostrade. Il jolly è una carta matta, imprevedibile.  Anche se non ti sarà più utile, è meglio evitare di contrariarla.

Danzica

A quel tempo, Danzica non era né polacca né tedesca. Ai nazisti faceva gola quel porto e lo sbocco sul mare, ma l’attacco era comunque di là da venire. Noi lo sapevamo, che prima o poi ci avrebbero fatto la festa, ma nel frattempo vivevamo nel limbo, cercando di far come se niente fosse, attendendo le nostre faccende e cercando di goderci il tempo che rimaneva.

Dopo il lavoro, andavo a casa per stradine tortuose e mal illuminate, facevo il bagno per togliermi di dosso la polvere del carbone che caricavamo sulle navi a forza di argani e bestemmie. Mangiavo un po’ di minestra e mi mettevo a leggere, in attesa che un sonno di piombo mi chiudesse gli occhi. Il sabato sera però faceva eccezione. Dato che si lavorava solo fino a mezzodì, potevo uscire la sera in giro per locali, dove le birre e la compagnia chiassosa mi faceva dimenticare quel senso di morte imminente che gravava sulla città.

Fu in uno di quei locali che la vidi. Suonavano una musica strampalata. Uno strano miscuglio di canzoni popolari e melodie zingare. Era una musica fatta per ballare. Così, la invitai al centro della sala guardandola con un sorriso sfrontato. Un’altra donna se ne sarebbe risentita, ma lei accettò subito, ricambiandomi con un’occhiata altrettanto provocante. Mentre la facevo girare sulla pedana aspiravo a pieni polmoni l’aroma dei suoi capelli. Sapevano di fieno ed aria fresca. Più in basso, percepivo l’altro odore, quello greve e misterioso di una pelle eccitata.

Fuori, la nebbia stava salendo a strati via via più pesanti, sicché la via pareva sparire appena qualche metro oltre la porta. Disse che faceva la cameriera in una famiglia di commercianti e mi chiesi se non fossero magari proprio gli stessi che pagavano anche me. Ad ogni modo, il discorso su ciò che eravamo in quel momento finì subito.

Preferimmo parlare di come poteva esser bello scappare in America, la terra delle grandi occasioni, appena avessimo avuto sentore che il nemico stava arrivando. Solo che per partire ci volevano soldi, anche. La disperazione da sola non sarebbe bastata. Nelle mie letture serali avevo imparato parecchie cose sulle enormi città costruite di là dell’Atlantico. Conoscevo i nomi dei grattacieli più alti ed anche quelli delle strade, affollate ad ogni ora del giorno. Le parlai di questo e di tante altre cose. Il baseball, la spiagge di Coney Island, i parchi di divertimento con gli ottovolanti che sfidavano il cielo. E mentre discorrevo vidi il suo sguardo farsi fanciullesco. Pian piano, ridiventò la bambina allegra che doveva essere stata in un passato poco lontano.

Non volevo sedurla, perlomeno non volevo sedurla con le chiacchiere, ma alla fine fu così che accadde. Quando l’orchestra smise di suonare avrei voluto semplicemente salutarla e andarmene. Lei però mi rivolse una muta preghiera e capii che non avrebbe accettato di finirla lì. Mi offrii dunque di accompagnarla a casa. L’aiutai ad indossare un cappotto piuttosto logoro e ci infilammo sotto il cappuccio ovattato che la nebbia aveva steso sulle vie cittadine. Non disse nulla. Solo, mi stringeva il braccio con forza, incollando il suo corpo al mio finché arrivammo in vista del portone. Allora, sapendo che dopo sarebbe stato troppo tardi, mi chiese di tornare indietro, magari di andare a casa mia, se era possibile.

Per quanto ne sapeva, potevo anche essere sposato. Annuii in silenzio, colmo di gioia. Mentre aprivo la porta, mi sentii per la prima volta davvero a casa. Non ero più solo, almeno per quella notte. Malgrado siano trascorsi molti anni da allora, non mi piace l’idea di tradirla raccontando ciò che accadde dopo. Posso solo dire, anzi, devo farlo, che fu l’amante più meravigliosa che abbia mai incontrato. Il mattino dopo, si alzò di buonora. Aspettai che si servisse del bagno per farle trovare il caffè ed una fetta di pane imburrato. Di più non potei offrirle. Il suo lavoro iniziava molto presto, perciò la accompagnai che era ancora buio.

Quando fu giorno pieno, ed io stavo già a battere i piedi sulla banchina per il freddo, arrivarono i tedeschi. La sera seguente tornai al locale dove l’avevo conosciuta, trovandolo inaspettatamente chiuso. La stagione delle canzoni era finita per sempre. Lasciato quel posto, non me la sentii di tornare a casa. Vagai avanti e indietro al porto e infine riuscii ad imbarcarmi da clandestino, su un piroscafo che faceva rotta verso New York, dove sono rimasto fino ad oggi. Non ho più saputo niente di lei, ma è certo che da qualche parte nel mio cuore vive ancora.

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