Primavera Sacra

Storie dal sottosuolo

Categoria: psicanalisi fai da te

Il salvadanaio

Era un bambino gracile. Gambette magre, pelle e occhi scuri, come i capelli, che però diventavano striati di biondo quando stava al sole d’estate. Vide che la mamma stava armeggiando intorno alla serratura del suo salvadanaio e si mise a piangere: “Sono miei i soldi che ci sono qui dentro. Perché li vuoi prendere?” La madre lo guardò, torva: “Mi servono. Sono rimasta senza e devo comprarci l’affettato per fare un panino a tuo padre. Lo sai che sgobba tutti i giorni per noi, vero?” A quelle parole, il bimbo si chetò, pensando che se i suoi soldi servivano a mangiare era giusto che lui li perdesse. In seguito, mamma vendette i piccoli gioielli che il bambino aveva ricevuto in regalo per la comunione e la cresima. Il motivo era sempre lo stesso. “C’è bisogno di soldi. Stai zitto e non lamentarti. Poi si scoprì che i soldi, tanto soldi, venivano spesi in decine di bollette del Lotto. Diventato adulto, quel bambino fu uno scialacquatore. Appena aveva qualche banconota la spendeva per comprarsi qualsiasi cosa. Anche il più inutile del gadget. Preferì far così, piuttosto che vedere i soldi sparire nel nulla.

Dedicato a tutte le persone che soffrono di ludopatia, ma sopratutto ai loro congiunti e familiari, costretti ad una vita misera da questa terribile tossicodipendenza. Con il disonore di uno Stato che molto ha fatto e sta facendo per diffondere il più possibile questa piaga tra gli italiani.

Per quanto possa essere lucida e chiaroveggente, la saggezza degli altri non potrà mai darti le risposte giuste, perché non è filtrata dalla tua pazzia.

A tarda notte

A tarda notte

i bluff si smagnificano.

Nella mia tazza di caffè

sento il sapore della disillusione;

perché gli eventi non accadranno mai

nella sequenza desiderata

ed anche quando succederà

ci sarà qualche dettaglio fuori posto.

Soffro, in altre parole, le

piccole differenze dolorose

tra la vita e la vita pensata

quindi perfetta.

Changin’

Il corpo e la mente cambiano con l’età. È banale, ma per quanto chiunque di noi sia disposto a prendere tranquillamente atto di ciò, in realtà opponiamo spesso una strenua resistenza a prenderne atto davvero. A volte ci consoliamo con il pensiero che, in fondo, l’importante è rimanere giovani nello spirito. E qui casca l’asino. Per quanto mi riguarda, non ho mai fatto tragedie per il fatto di essere diventato calvo prima dei trent’anni, né di aver visto comparire rughe e pieghe sul mio viso man mano che l’età avanza. Ma invecchiare è stato anche perdere il senso di meraviglia verso il mondo. È sentire che il desiderio si è appannato e non si scatena più facilmente come a vent’anni. Ecco, questo è il punto dolente. Ciò che vorrei indietro, della mia gioventù, non sono i tratti fisici, ma qualcosa che nessuno può vedere e che l’esperienza, rovina, forse irrimediabilmente.

Sindrome da abbandono

Sei un bambino piccolo. Potresti avere due, tre o otto anni. Non importa. I tuoi ti portano dagli zii. Ufficialmente, si va a trovarli. E’ normale che si vada a trovare i parenti. Quando arrivi, ti invitano ad andare a vedere le galline nel vigneto. Ci vai. Torni. Dei tuoi genitori nessuna traccia. Ti hanno lasciato lì e sono scappati come dei ladri. La volta dopo sei già avvisato. Cerchi quindi di non lasciare la gamba di tua madre. Ma la nonna, o la zia, ti strappano da quell’amato ormeggio e ti prendono in braccio, mentre ti divincoli come un forsennato. Esperienze simili ne hanno fatte tutti i bambini.

Capita, quando la mamma sta male e deve andare in ospedale. O in altre occasioni tristi. Diciamo che, mediamente, ognuno di noi l’avrà fatta dalle tre alle dieci volte. Io la feci decine di volte. Diciamo che non ero gradito. Ho cinquantuno anni da qualche giorno. Finora, non ero mai riuscito a capire perché mi capitava puntualmente di lasciare un lavoro o un amore senza alcun motivo. Tutto ciò nasce da un sogno fatto oggi pomeriggio. Ero in una casa di campagna. C’erano telefonini sparsi ovunque, alcuni vecchi o rotti. Ad un certo punto il mio si metteva a suonare. Allora, senza ragione, prendevo in mano un cellulare tanto decrepito da non avere più i simboli sui tasti e premevo un grosso tasto rosso. Il mio cellulare smetteva di suonare. Poi arrivavano mia madre e tanti altri parenti. Anche bambini. Erano nei campi intorno ma non li avevo notati prima. Salivano su una station wagon blu come quella di mia sorella. Si stipavano dentro. Mi dicevano che mi avrebbero caricato appena passato il cancello. Invece se ne andavano senza di me.

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