Primavera Sacra

Storie dal sottosuolo

Arabesco

Le damigelle stavano in silenzio. Picchiettavano le mie palpebre chiuse con diligente puntualità. Il sogno ne veniva distorto; si vedevano stormi di piccioni curvilinei a formare una figa di velluto. Dietro, baluginava il sole di una limpida primavera. Gli orsi uscivano dal letargo e i treni deragliavano allegri. Mentre i feriti cantavano, sul tutto scendeva il nulla. Come un sipario screpolato sul quale si poteva ancora intuire il disegno di due maschere intrecciate.

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Il lusso della nostalgia

Ho deciso di riaprire quella porta, a dispetto dell’intima resistenza che per qualche giorno mi ha bloccato tentando di convincermi che no. La nostalgia non è alla mia portata. Costa troppo. Rischia di mettere in fila troppi pensieri e ricordi, portandomi chissà dove. Magari in posti pieni di pericoli. Vivendo un tempo sempre troppo presente tutto sembra opporsi alla nostalgia. Anche chi vive giornate grigie e tristi, di solito non la lascia entrare, temendo di aggiungere dolore al dolore. Ma il dolore provocato dalla nostalgia è forse il più dolce dei tormenti. Perciò sono tornato qui; davanti all’uscio di un appartamento modesto, in una palazzina dei primi anni del Novecento. Entro, e mi arriva subito la voce di zia dalla cucina. Mi raccomanda di usare le pattine, ché ha appena finito di dar la cera al pavimento. Sono nel piccolo corridoio in penombra. Alla mia destra, un finto arazzo con una scena di giochi circensi. È una corsa di bighe. Vedo il vincitore in primo piano. Mi rivolge un fiero sguardo di sfida. Con la mano destra regge le briglie, mentre la sinistra è alzata in alto in segno di saluto e di vittoria. Dietro, un gruppetto di nobildonne gli lancia occhiate cariche di eccitazione. Mentre appendo il berretto di lana all’attaccapanni invidio la sicurezza dell’auriga, perché sento già che non potrò arrivare ad averla anch’io. Però sono contento. La casa degli zii per me è l’unico porto sicuro. So già che nei prossimi giorni potrò meravigliarmi ancora nel vedere che zio Napoli (in realtà si chiama Napoleone) sa sbucciare una mela facendo una sola lunga spirale. So già che dovrò dormire in un letto piuttosto duro, ma accogliente, e che la mattina di domenica la banda del quartiere di Santa Toscana passerà sotto la mia finestra con le divise blu, i labari e la grancassa in testa, o quasi davanti, appena dopo i clarini. Finché sono qui penso che la vita è bellissima. Ecco. È arrivata la nostalgia, tutta di colpo. Devo posare la penna. Non posso continuare a scriverne.

Dimmi

Dimmi Eros, dove te ne vai?

Vò dove il mio cuore incontrerà le stelle.

Là ci sarà silenzio. Là si spegnerà la cacofonia di voci

che sempre sento dentro, perché sono umano.

Tiro un filo, da quelle luci lontane al fondo del fondo della mia anima.

Sbiadisco i finti desideri meschini. Che rimanga acceso solo il desiderio vero.

Il più sano. Il più potente. Così mi preparo a imbarcarmi

sul vascello della nuda verità.

Effetti collaterali

Persi l’uso delle gambe perché avevo veicoli per spostarmi ovunque, e i muscoli si atrofizzarono. Divenni miope a forza di guardare schermi luminosi che ingannavano gli occhi (poi il problema fu risolto brillantemente, collegando il nervo ottico a congegni di ripresa funzionanti in alta definizione). Nel timore di smarrirli, magari a causa di qualche brutta malattia, stipai i miei ricordi in varie unità collegate in rete. Ora sono felicemente immobile, però devo confessare di non sapere più chi io sia, salvo i momenti nei quali ritrovo la cartella che mi contiene. Comunque, capita di rado, perché appena ne esco scordo i complicati passaggi che devo fare per arrivarci.

La bautta

Attraverso il contempo orario
con la maledetta utopia
che avevo in tasca fin dalla nascita.
La sciagurata infelicità
che mi costringeva a guardare 
anche dietro le quinte
scoprendo l’inesistenza di dio
senza che nessuno me la rivelasse.
O, altrettanto, leggendo menzogne
negli occhi della gente
privo del coraggio di smascherarle.
Fino a capire, nemmeno tanto tardi
che la bugia è il prezzo.
Se la paghi subito, e in contanti, gli altri
si sentono tranquilli
perché sanno che rispetterai le regole
del loro gioco meschino.

 

P.S. La “bautta” è una maschera veneziana nera che veniva usata sopratutto dai nobili per celare la loro identità durante il carnevale.

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