Primavera Sacra

Storie dal sottosuolo

Il salvadanaio

Era un bambino gracile. Gambette magre, pelle e occhi scuri, come i capelli, che però diventavano striati di biondo quando stava al sole d’estate. Vide che la mamma stava armeggiando intorno alla serratura del suo salvadanaio e si mise a piangere: “Sono miei i soldi che ci sono qui dentro. Perché li vuoi prendere?” La madre lo guardò, torva: “Mi servono. Sono rimasta senza e devo comprarci l’affettato per fare un panino a tuo padre. Lo sai che sgobba tutti i giorni per noi, vero?” A quelle parole, il bimbo si chetò, pensando che se i suoi soldi servivano a mangiare era giusto che lui li perdesse. In seguito, mamma vendette i piccoli gioielli che il bambino aveva ricevuto in regalo per la comunione e la cresima. Il motivo era sempre lo stesso. “C’è bisogno di soldi. Stai zitto e non lamentarti. Poi si scoprì che i soldi, tanto soldi, venivano spesi in decine di bollette del Lotto. Diventato adulto, quel bambino fu uno scialacquatore. Appena aveva qualche banconota la spendeva per comprarsi qualsiasi cosa. Anche il più inutile del gadget. Preferì far così, piuttosto che vedere i soldi sparire nel nulla.

Dedicato a tutte le persone che soffrono di ludopatia, ma sopratutto ai loro congiunti e familiari, costretti ad una vita misera da questa terribile tossicodipendenza. Con il disonore di uno Stato che molto ha fatto e sta facendo per diffondere il più possibile questa piaga tra gli italiani.

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Filosofia delle cicale

Chi rimase troppo a lungo

d’estate

ad ascoltare i contraccolpi del silenzio

ora è vaccinato alla seduzione dei tramonti

ma rimane esposto all’antico malanno

che ben descrive il motto: “Homo

Homini Lupus”.

Cuor d’Estate

La fossa era verde

come la finestra.

Si accalcava per tradire le mie aspettative

senza rispetto per i minuti pensieri

che tentavano di rialzare la testa.

L’idea di incontrare un amico al bar

o di fare una lunga camminata nel bosco

e tante altre piccole intenzioni

soffocarono sotto al fango di un’angoscia

subdola e pervasiva.

Poi arrivò il sole

dentro una lunga estate che seccò la melma.

I germogli delle azioni mai intraprese

spuntarono tra le crepe.

L’orizzonte divenne

un festival di colori.

In memoria di Robert Pirsig

In questo web, di solito fin troppo veloce a produrre necrologi, scopro solo ora che il 27 aprile scorso se n’è andato Robert Pirsig, l’autore di “lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”. Era un grandissimo, per niente attratto dalle sirene del successo e dopo questo romanzo se ne andò in giro per il mondo in solitaria. Altri autori avrebbero iniziato a scrivere nuovi libri a macchinetta (almeno uno o due l’anno). Lui, invece, ci mise quasi vent’anni a scrivere il suo secondo e ultimo libro: “Lila”. Ciao Bob. E grazie per essere vissuto.

Sapesse il cielo

L’uomo si guardò intorno alla ricerca di un tavolino libero. A quell’ora il caffè era sempre affollato, ma a lui non piaceva dover bere il cappuccino in fretta, appoggiandosi precariamente sul bancone. Oltretutto, quello era il modo migliore per sporcarsi con lo zucchero a velo della brioche. Si fece strada a fatica, in mezzo alla confusione delle otto di mattina, fino alla saletta interna dove intravide un posto libero, o quasi. Infatti, ad un tavolino d’angolo stava seduto, da solo, un signore vestito in modo piuttosto anacronistico. Quindi rimanevano ben tre posti liberi. “Ehm. La disturbo se mi siedo qui? Sa, non riesco a prendere la colazione in piedi, come fanno tutti. Per me son pazzi, o isterici.” Il buffo avventore, che indossava un’impeccabile redingote, alzò lo sguardo dal giornale: “Certo, si accomodi. Ci mancherebbe… Nemmeno a me piace questo popolo di frettolosi. E sa una cosa? Sono convinto che siano in pochi ad avere davvero i minuti contati. Tutti gli altri hanno furia, come dire? A prescindere.” Terminata la frase, tornò a leggere il quotidiano, facendo cadere la conversazione appena iniziata. Mentre sbocconcellava l’agognata brioche, il suo ospite si mise ad osservare i quadri alle pareti. Alcuni erano dipinti, altri stampe fotografiche, altri ancora pezzi di quaderni con scritte più o meno lunghe, scarabocchi, o soltanto una firma. Ecco. Quello era il motivo principale per apprezzare il Caffè delle Giubbe Rosse, malgrado a volte fosse un po’ troppo frequentato. Stare seduti lì dentro era come essere circondati da emozioni, stati d’animo, idee, a cui avevano dato il loro contributo sia artisti famosi che emeriti sconosciuti. Insomma, l’esatto contrario dei bar “moderni” asettici e anonimi, arredati da architetti di provincia con smanie di protagonismo (e allora sono proprio brutti). Si stava bene alle Giubbe Rosse, perché lì si respirava l’anima del mondo. Mentre rifletteva su questa e tante altre cose, sentì il rumore del giornale che veniva ripiegato e subito dopo la domanda: “Anche lei viene qui per togliersi dalla confusione della città? Io capito almeno un paio di volte la settimana. Mi siedo sempre allo stesso posto e rimango per un’oretta, giusto il tempo di leggere le notizie più importanti. Sa, un tempo avevo grandi aspettative sul futuro. Mi pareva che ogni invenzione dovesse cambiare in meglio la nostra vita. Ora non ne sono più tanto sicuro.” “Perché non lo è? Oggi abbiamo un sacco di strumenti che ci dispensano dalla necessità di faticare. Viviamo più a lungo ed abbiamo mille comodità. Cosa la disturba in tutto questo?” Il signore in finanziera scosse il capo: “Si guardi intorno. Intendo dire proprio adesso. Cosa vede? Tante facce sprofondate nella solitudine di un piccolo schermo. Occhi che fissano il vuoto a cinque centimetri di distanza. Come fa a non sgomentarsi? Forse sono un sognatore, un illuso, ma il futuro che speravo era fatto di grandi conquiste, di viaggi in mondi lontani, di scoperte che avrebbero messo fine alla miseria e alla disuguaglianza. Invece è successo tutt’altro. Nessuno si incanta a fissare l’orizzonte. Si accontentano magari di vederlo fotografato e costretto in quei piccoli specchietti per le allodole che chiamano smartphone. Che tristezza…” “Sa. Ora che ci penso. Io sono sempre stato incuriosito dall’anima. Anche dentro di noi c’è un orizzonte vastissimo, avventure, pericoli, oscuri segreti. Ho sempre sostenuto che la nostra parte più intima ed oscura vada illuminata, almeno di tanto in tanto, per evitare che i nostri demoni prendano il sopravvento. Ma questa società ha stravolto l’idea di mantenere l’armonia tra il dentro e il fuori. Dappertutto vedo volgarità, cinismo, sopraffazioni, come se quei demoni fossero scappati dalle gabbie ed ora agissero indisturbati. Non so se lei conosce certi meccanismi sociologici. Sono atrocemente semplici. Oggi, ad esempio, molte persone cercano l’orrore apposta; come se fosse una forma di spettacolo. Le cose, normali, al contrario, non interessano nessuno. Il bene è considerato un difetto, un limite, e non un valore. L’amore non esiste più. C’è solo il sesso, e magari talmente perverso o esasperato che scandalizzerebbe lo stesso De Sade. Cosa rimane? Sono ottimista per natura, però mi è difficile vedere il buono e il bello in questi rapporti umani malati.”

“Non se la prenda troppo. Intanto, non sono tutti così. Noi due, ad esempio, siamo diversi. Di certo abbiamo ancora quel minimo di educazione che permette un sano scambio di idee. Non è poco. Io sto smettendo di credere nel potere positivo delle invenzioni. Forse pure lei è deluso dalle sue indagini sull’anima. Eppure non ci scoraggiamo. E poi, noi esseri umani abbiamo una capacità splendida, che nessun computer potrà mai sostituire. È la stessa cosa che la fa venire in questo caffè piuttosto che andare in altri.” “Di cosa parla? Non capisco” “Parlo dell’arte. La più straordinaria e inspiegabile abilità dell’Homo Modernus.” “Ha ragione! In fondo, per quanto la tecnologia possa evolversi, l’arte sarà sempre un passo avanti. Ora devo andare. Grazie della compagnia. Spero di rivederla presto. Io mi chiamo Carl Gustav Jung. Lei è il signor…?”

“Jules. Jules Verne. Sognatore per professione.”

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