Rapido di seconda classe

di Secessionista


Quel treno non ti risparmiava nulla del caldo appiccicoso. Si viaggiava, nelle notti di luglio, sporgendo il capo per cercare un poco di refrigerio. All’arrivo, potevi capire facilmente chi veniva da lontano, perché aveva il viso annerito dallo smog. Se avevi la fortuna di sedere vicino a una persona interessante ti mettevi a chiacchierare, altrimenti guardavi le vedutine stampate in bianco e nero appese sopra ogni posto. Rappresentavano le bellezze dell’Italia, ma non ne riconobbi mai nemmeno una. Nei periodi di grandi spostamenti, come le vacanze estive, ogni scompartimento era stipato oltre l’immaginabile, e per andare in bagno dovevi scavalcare una montagna di valigie, borse, zaini e scatole di tutti i generi. In qualche caso l’affollamento era tale che dovevi farti tutto il viaggio reggendoti ai sostegni posti di fronte alle porte di uscita, spostandoti ad ogni fermata per far passare chi doveva scendere. Una volta feci il viaggio accanto a cinque ragazze che erano state alle Cinque Terre. Le loro descrizioni mi affascinarono. Queste cinque terre dovevano essere un posto molto bello, e parecchio fuori dal mondo. Da quel che si dicevano capii (o fraintesi) che ci si poteva arrivare soltanto a piedi. Sarà forse a causa di questo ricordo un po’ appannato, ma anche adesso, che alle Cinque Terre ci vado abbastanza spesso, continuo a provare l’emozione di entrare in una specie di fiaba, dove il mio tedio di vivere si dissolve puntualmente, salvo riapparire sulla via del ritorno. Ma io ne do la colpa ai treni troppo moderni.

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