Una zebra a pois

di Secessionista


Qualche giorno fa, mentre andavo a fare la spesa, mi è venuta in mente una canzone: “Una zebra a pois”. Venne portata al successo da Mina quando ero ancora un bambino e non mi è mai piaciuta. Malgrado l”interpretazione di Mina, rimane una canzoncina stupida. Per me il suo brano più bello è “La voce del silenzio”, distante anni luce da quel motivetto insulso. Sono sicuro di non aver sentito di recente “Una zebra a pois”, (a volte capita di canticchiare una musica per averla sentita in uno spot pubblicitario o alla radio). Allora, perché mi è venuta in mente proprio questa canzone? Com’è uscita dal juke box dell’inconscio? Non sono riuscito a darmi una risposta valida, ma tutto questo mi ha spinto ad interrogarmi sull’immenso territorio inesplorabile che giace dentro ognuno di noi e influenza potentemente le nostre vite senza che ne siamo consapevoli. Se non ricordo male, il termine “inconscio” fu utilizzato da Sigmund Freud proprio per definire tutto ciò che ci appartiene ma che non siamo in grado di padroneggiare consapevolmente. Altri psicanalisti, come ad esempio Carl Gustav Jung, ipotizzarono inoltre l’esistenza di un inconscio collettivo che accomunerebbe un grande numero di persone. Mi piace pensare che questo legame esista, perché esso annulla di per sé l’idea stessa di solitudine. Infatti, come possiamo sentirci (o autodefinirci) soli, se condividiamo persino l’inconscio con gli altri? Nella mia visione però, inconscio, subconscio, io e super io non sono stanze dell’anima separate da solide porte, bensì un unicum dove tutto è fluido e mutevole. Obiezione: allora perché non sono riuscito a capire perché ho canticchiato “Una zebra a pois” nel parcheggio del solito supermercato? Perché anche la coscienza è fluida. Non abbiamo sempre gli occhi aperti allo stesso modo e non siamo sempre presenti davvero di fronte alle cose che ci accadono giorno per giorno. È un poco come quando ci troviamo ad ascoltare qualche discorso scontato oppure noioso. Anche se annuiamo per educazione, la nostra mente si allontana seguendo le sue piste (su e giù per l’anima) finché l’interlocutore ci fa una domanda. Allora la coscienza torna precipitosamente in superficie, nell’intento di rispondere a tono. Ma sono convinto che se la domanda fosse: “a cosa stavi pensando”? risponderemmo quasi sempre: “a nulla” e lo faremmo in assoluta buona fede, incapaci di dare una risposta più precisa. Talvolta questi meccanismi mi fanno paura. So che sono altrettanti percorsi attraverso i quali vecchi traumi possono farci male anche a distanza di anni. Ma è altrettanto vero che gli stessi meccanismi sono alla base delle invenzione, della creazione artistica, della scoperta, perciò il sentimento più forte che provo per questi fenomeni è di gratitudine mista a meraviglia.

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