Semafori

di Secessionista


Quando ci ripenso, mi stupisce che nel viluppo grottesco delle trame elaborate dalla mente (non importa che fossero verosimili o meno) rimanesse un po’ di spazio per un automatismo capace di guidarmi fino a casa. Semafori, sorpassi, buche impreviste. Tutto rientrava in quel pilota senza coscienza che mi consegnava sano e salvo al tedio di un’altra serata tra amici o di una trasmissione televisiva piluccata senza vederla, in attesa delle donnine che a tarda ora mi avrebbero tirato fuori un minimo di adrenalina. Il poggiatesta del sedile di guida era il ceppo sul quale mi appoggiavo, colpevole, talvolta fantasticando di una morte epica tra le lamiere. E invece, il pilota infame faceva di tutto per parcheggiare dentro il garage ben illuminato adiacente alla cucina. Dove si nascondesse poi, mentre perdevo l’ultima lucidità, guardando giovani culi insieme a milioni di altri italiani, non so, ma sarebbe stato utile e bello che mi avesse fatto evitare anche il vuoto notturno, di solito tra le due e le cinque del mattino. Dove sarei andato allora, libero dall’ipnosi catodica? Non ho idea. Forse a guidare anche in sogno, tentando una disperata retromarcia verso i miei perduti dieci anni.

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