La piccola bottega degli errori

di Secessionista


Quando entrai per la prima volta nella bottega delle identità avevo solo sedici anni, ma già parecchi conti in sospeso con il destino. Mentre camminavo in quello squallido quartiere di periferia ripassai mentalmente i problemi che non avrei più voluto avere: essere sbeffeggiato dai compagni di classe per via della mia bassa statura, vedermi trattato con sufficienza dalle ragazze più carine (che spesso ironizzavano apertamente sulla mia magrezza), sentirmi tagliato fuori da tutte le conversazioni, con la scusa che ero troppo saputello per dire la mia. Insomma, niente di drammatico, in apparenza. Ma per un adolescente cresciuto male quelli erano ostacoli insormontabili al successo nella vita. Quindi, aprendo la porticina dopo qualche esitazione residua, avevo idee ben chiare su come volevo uscirne. Ma accadde subito qualcosa che mi riempì di dubbi. Mi ero aspettato di vedere un uomo pieno di carisma al di là del bancone, magari un mago, comunque qualcuno che sappia conquistarti con una sola parola. Invece, al suo posto c’era un vecchietto con quattro capelli bianchi in testa ed una barba ispida che pareva fil di ferro. “Buongiorno. In cosa posso servirla?” Nessuno fino a quel momento mi aveva mai dato del Lei, perciò decisi di dare al vecchio almeno una chance di dimostrare vero quanto veniva promesso dall’insegna esposta sopra la porta. “Vorrei cambiare identità. Sempre che non costi troppo”. “Oh, di questo non si deve preoccupare. Non dovrà pagarci nulla. La mia ditta si accontenta da sempre della soddisfazione di saper accontentare i suoi clienti. Che poi ci fanno puntualmente un’ottima pubblicità”. Dentro di me tirai un sospiro di sollievo. Avevo in tasca i soldi accumulati in dieci anni di risparmi, ed ero disposto a spenderli tutti pur di cambiare, ma sapere che mi sarebbero rimasti era una buonissima notizia. Tutte le pareti del negozietto erano ricoperte di manifesti cinematografici. Alcuni di questi erano molto vecchi, altri riguardavano film appena usciti. Tanto per tagliare l’aria, chiesi al vecchio se era un appassionato di cinema. Ma quando mi girai a guardarlo, al suo posto c’era una bellissima ragazza con la pelle bianca ed i capelli rossi carota. “No. In realtà il cinema mi piace. Però i manifesti non sono lì per me. Sono per i clienti. Vede, spesso chi entra qui sa da quale identità vuole separarsi, ma non ha idea di come desidera cambiare. Allora gli chiedo di parlarmi dei suoi personaggi preferiti e così capisco cosa è meglio per lui. Insomma, in un certo senso questi stampati sono uno strumento terapeutico. E lei a quale attore intende assomigliare?” Per un istante ripensai ai miei eroi preferiti, mi piacevano, certo, però io volevo essere diverso da tutti: “La ringrazio. Non ce n’è bisogno. So come voglio diventare”. “Bene. Se è così prenda un foglio ed una penna, descriva la sua nuova identità nel modo più accurato possibile ed i suoi problemi saranno risolti. “Scusi, chi le ha detto che ho dei problemi?” Replicai, piuttosto risentito. “Suvvia, non è forse vero che le ragazze della sua classe la prendono in giro per la sua magrezza?” Mi chiesi come mai conosceva con tanta precisione uno dei motivi principali dei miei imbarazzi. Ma se davvero credevo che esistesse un metodo per cambiare identità come si cambia un abito, dovevo credere anche alla lettura del pensiero. Perciò non replicai, concentrandomi subito sulla descrizione della mia nuova personalità. Mentre scrivevo veloce, chino sul piano di legno ingiallito di una brutta scrivania, sbirciai di sottecchi verso il bancone. Anche la ragazza era sparita. Ora vedevo un ragazzetto che indossava una buffa maglietta a righe e si sbrodolava mangiando il gelato. Da ricordi sepolti in profondità emerse per un istante la musica del circo. Ero parte dello spettacolo anch’io? Finii di descrivere le mie aspettative verso me stesso e mi girai per consegnare il foglio. Avevo ancora davanti il vecchietto che mi aveva accolto poco prima. Prese in consegna il foglio e mi guardò con una sorta di malinconico affetto. “C’è qualcosa che vuole sapere, prima di procedere al cambio di identità?” “A dire il vero si. Se non dovessi trovarmi a mio agio, dopo, potrei tornare indietro?” Mi sembrò perplesso: “Certo che no. Però può sempre scegliere una nuova identità, anche se noi sconsigliamo troppi cambi…” “Perché?” “Perché, vede, la sua vecchia identità non verrà eliminata completamente. Verrà, come dire? Messa in cantina. E la stessa cosa accadrebbe se lei dovesse richiede un ulteriore cambio. Di norma, non escono dalla cantina. Mai. Ma è capitato che pezzi di vecchie personalità riuscissero a tornare in superficie, influenzando il comportamento del soggetto e facendolo sembrare piuttosto… eccentrico.” Scusi, ha appena detto che non escono mai, poi ha aggiunto che qualche pezzo esce. È una contraddizione!” “Si, la vita spesso è contraddittoria. Ma non si preoccupi. Basta evitare di cambiare troppe volte.” Questo mi rassicurò, ma avevo dimenticato un punto importante. “C’è una cosa che non ho scritto. Non vorrei che la nuova identità mi facesse diventare stupido. O meglio, vorrei continuare ad amare l’arte e la scienza come ora. Vorrei continuare ad essere, diciamo, intelligente. Si può fare?” Il vecchio sorrise: “Certo che si può fare. Basta mettere una postilla al contratto.” La scrisse lui stesso, poi mi ritornò il foglio per la firma, lo ripiegò in quattro parti e lo infilò in un librone con la copertina di pelle consumata dal tempo. “E ora?” Chiesi impaziente.” “Ora può tornare alla sua vita. Noterà gli effetti del suo cambiamento dalle reazioni degli altri”. Ringraziai felice ed uscii finalmente al sole. Non immaginavo che quella postilla mi avrebbe regalato tanti guai.

Già al mattino seguente, mi accorsi che alcune ragazze, tra le più corteggiate del mio istituto, mi stavano fissando con un’espressione di indefinibile languore. Il resto va da sé. Arrivai a trent’anni senza che mi fosse più negato nulla. Amavo mille donne senza amarne nessuna ed avevo quanto di meglio un uomo può desiderare. Almeno, credevo che così fosse, finché un mattino vidi lei, che passeggiava sul viale, spolverato di foglie morte, trattenendo a fatica un grosso cane nero. Con la sfrontatezza che mi derivava dal cambio di identità le rivolsi subito la parola, e in capo a cinque minuti eravamo entrambi seduti a chiacchierare davanti al panorama di Torino. Diventammo amici, mentre io avrei voluto che fossimo amanti, perché la mia sicurezza la divertiva, ma non l’aveva conquistata. Col tempo, mi confidò che a lei piacevano gli outsider; le persone fragili e delicate che vivono male la competizione e le sfide, preferendo rimanere sempre un po’ defilate. Uomini ricchi di talento che però lo tengono nascosto. Senza saperlo, mi descrisse il me stesso di tanti anni prima. E mi fece male. Tanto male. Se volevo che mi amasse dovevo cambiare. Comunque, per quasi tutta l’estate finsi con me stesso che lei non fosse tanto importante. Che i miei svaghi abituali fossero ancora divertenti. Che una sola donna non potesse essere più desiderabile di tante femmine sempre disponibili. Infine, capitolai. Questa volta, dietro il solito bancone trovai una donna matura, con occhi chiari e i capelli bianchi, che si muoveva con perfetta calma e armonia. Non dovetti spiegarle nulla. Quando terminai la descrizione del mio nuovo cambio di identità si limitò a prendere il foglio e uscire dal retro. Seguirono gli anni più felici della mia vita, accanto ad una creatura che si rivelò ancora più meravigliosa di quanto avessi creduto quando la corteggiavo. Ma anche gli altri cambiano personalità, seppur lentamente. A causa di vari avvenimenti imprevedibili dovetti tornare varie volte alla bottega, fortunatamente senza patire alcuna confusione di identità, almeno fino ad oggi. “Chi ti dà il diritto di raccontare i fatti miei?” Dovevi stare zitto, mica spifferare tutto!” “In fondo, sapete, sono rimasto un’anima fragile.” La prossima volta che andiamo a teatro con tua moglie devi lasciarmi guardare sotto le gonne della cameriera.” Io ho diritto quanto te di raccontare la mia storia.” “No, è la mia.” “Andate al diavolo tutti. Lasciatemi riposare, che qui dentro c’è sempre troppa confusione.”

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