L’inverno del mio cuore

di Secessionista


Non sapevo mai se mio padre sarebbe arrivato, perciò sedevo sulla panca del parlatorio e mi mettevo a fissare il marmo che copriva buona parte del muro. Soltanto ora so che si chiama Rosso Veronese. Era primavera inoltrata. Insieme a me c’erano tanti altri bambini ma, via via che le ore passavano, mi ritrovavo sempre più solo. I loro genitori preferivano portarli a mangiare un gelato o a fare una passeggiata, piuttosto che rimanere lì, nella sala fredda e anonima. Quasi un secolo prima ci si riunivano gli ufficiali tedeschi e conservava ancora un’atmosfera severa e marziale. Verso le quattro capii che papà non poteva venire, ma la speranza di un bambino è un’edera tenace. Rimasi ad aspettare. Magari, sarebbe comparso all’improvviso, con una scatola di cioccolatini ed il solito sguardo colpevole. Dovevo trovare un passatempo, perché sapevo che era sbagliato restare a fissare la porta. Fissavo invece il marmo e così scoprii le infinite forme che vi si celavano. Dapprima non ci feci caso, poi vidi la testa di un cavallo, un albero, nuvole spensierate, facce mostruose e corpi appena abbozzati. Era la mia fantasia che cercava disperatamente di evitarmi il dolore di un’attesa inutile. Era la fantasia che pian piano sovrastava la solitudine, spingendola lontano, dentro il mio cuore. Quando si faceva buio e suonava la campana della cena, tornavo in refettorio e ritrovavo gli altri ragazzini. Alcuni, più fortunati, avevano un giocattolo da esibire all’invidia dei compagni. Io non raccontavo a nessuno dei mondi nascosti nel marmo. Se l’avessi fatto, cosa mi sarebbe rimasto da fare, durante i pomeriggi di festa?

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