L’approdo

di Secessionista


Arrivai sull’isola dei Morti con la folle speranza di incontrare Igor Stravinskij. Ero certo che lo avrei trovato qui. A questo posto, il cui mito poggia su colonne fatte di paura, Stravinskij dedicò un’opera perfetta. Non avevo nulla di preciso da chiedere al Maestro. Volevo, al più, condividere un tramonto. Fissare lo stesso punto dell’oceano che avrebbe guardato lui. Lasciar andare la bestia e restare con il miglior me stesso. Non avevo previsto l’effetto del luogo. Sbarcando sul nudo marmo, conficcato tra terra ed acqua, mi prese una vaga malinconia. Non di ciò che perdevo della mia specifica vita, ma di quanto mi sarebbe rimasto per sempre sconosciuto. L’odore di timo e mirto si spandeva già davanti al piccolo molo. Mi calmò e mi diede coraggio Un camminamento di pietre girava intorno ai sepolcri, come un invito. Lo seguii senza cercare alternative. La foresta intanto si affollava di mostri. Li avevo portati io. Non c’è coscienza se non ci si arrischia al baratro. E il più fondo è sempre dentro. La bestia dunque era già uscita, perciò l’avrei vista finalmente in faccia, dopo settant’anni di involontaria sottomissione. Alla fine del breve percorso che si allontanava dal mare, il sentiero si moltiplicò in una miriade di tracciati che andavano in tutte le direzioni. Era un tentativo di confondere il viandante. Mi inoltrai nella selva solo per sfuggire al sole troppo intenso. Ma volevo conoscere l’intera isola. Perciò camminai finché le gambe mi assistettero, senza badare alla direzione né alla luce che calava. Verso il tramonto feci una scoperta curiosa; quel luogo cambiava forma. Me ne accorsi tornando indietro da una scogliera, ripetendo esattamente gli stessi passi. Avrei dovuto ritrovare una parete rocciosa che si innalzava per centinaia di metri, invece vidi una prateria punteggiata di fiori rosso scuro. A che scopo esplorare un territorio, se questo muta ad ogni passo? Tanto valeva stendersi sull’erba a contemplare il cielo. Stavo per farlo, quando mi parve di vedere una figura muoversi al di là del prato. Mi rimisi in marcia per seguirla, ma per quanto accelerassi era sempre davanti a me, lontana. Non si voltava indietro, eppure ero convinto che mi avesse visto. Ah! Se fossi riuscito a raggiungerla, avrei avuto (credevo) una risposta. Arrivammo così di nuovo a ridosso del mare. Dove il sentiero saliva verso gli scogli c’era un loculo di fattura grossolana. Era la mia tomba, lo seppi subito, senza alcun dubbio. L’entrata era molto profonda e buia. Sulle pareti e sul soffitto, vidi appesi coralli e conchiglie. Non aveva l’aspetto di un sepolcro, piuttosto, sembrava la tana di un fauno. Volevo entrare. Volevo continuare l’inseguimento. Ecco un altro dubbio a sbarrarmi la via. Infine, dovetti fermarmi comunque. L’essere che braccavo era sparito. Sulla soglia del mio ultimo rifugio, raccolsi un foglio che prima non avevo notato. Era fittamente riempito da segni che si alternavano secondo un ritmo ed un’armonia evidenti. Quel messaggio mi disse che Igor Stravinskij non sarebbe mai arrivato, perché i nomi non sono importanti. Non contano. Non dicono la verità. L’arte sola può farlo.

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