Il sogno di qualcun altro

di Secessionista


Quel mattino mi ero svegliata molto dopo l’ora consueta. Ricordo ancora l’espressione seria della nostra istitutrice, quando venne ad aprire la finestra e a dirci che dovevamo alzarci, esortandoci a non fare baccano. Credo fossero più o meno le dieci. Invano, le chiesi perché dovessimo stare ancora più buoni del solito. Mio fratello provò comunque ad iniziare una battaglia di cuscini, ma lo sguardo di Elisabetta spense all’istante il suo tentativo di disubbidire. Invece dei panni usuali, ci fece mettere i vestiti che usavamo la domenica, per la messa in cattedrale, poi ci guidò in cucina per la colazione. Naturalmente, conoscevamo bene la strada, ma credo volesse essere certa che non ci saremmo messi a parlottare. Dovevamo avere entrambi una faccia stranita, se sentì il bisogno di giustificarsi dicendo: “Non sono autorizzata a spiegarvi nulla. Vi prego di non insistere. Una parola fuori luogo e sarei messa alla porta nel giro di un minuto”. Ora, Elisabetta era sempre stata parecchio severa. Ma quella volta sembrava piuttosto molto, molto preoccupata. Mamma non era seduta come d’abitudine a capotavola, dove ci aspettava ogni mattina con l’eterna sigaretta, già mezzo consumata, tra le dita. A quel punto, presagii chiaramente che la brutta notizia sospesa nell’aria doveva riguardare proprio lei. Così, mangiai più in fretta che potei per andare subito a cercarla. Nella mia testa di dodicenne, la vedevo ammalata gravemente, con la testa affondata nel cuscino ed il corpo sprofondato nel grande letto matrimoniale. Nient’altro poteva giustificare la pesantezza che si respirava quel giorno. Fu allora che udimmo il rombo di un’auto proveniente dal vialetto di ingresso. Aldo, mio fratello scattò per primo, ma arrivammo insieme nell’ingresso ottagonale di casa. Di là dal vetro del portoncino, vedemmo mamma sul sedile posteriore della Millecinquecento Fiat di papà. Aveva le mani appoggiate al viso, come volesse nascondersi o proteggersi da qualcosa. L’uscio era chiuso a chiave e questo ci fece perdere un po’ di tempo, perciò quando ci gettammo fuori l’auto era già arrivata al cancello di ingresso. Fu inutile inseguirla fino a restare senza fiato.

Dove la portarono? Non lo seppi allora, né lo so oggi. Babbo disse solo che la sua malattia era troppo vergognosa perché potesse mai tornare in famiglia. Come potesse una malattia essere “vergognosa” non si diede la briga di spiegarlo. Nel tardo mattino di fine maggio, il profumo dei fiori di tiglio era tanto forte da ubriacare. Dovrei odiarlo, ma ogni anno attendo invece che la primavera si muti in estate, per poterlo sentire ancora. Sono entrata nel sonno di questa persona perché spero di riuscire a incuriosisca, spingendola a cercare la verità. So che quando mi verrà consegnato il senso di quel lontano ricordo potrò sentirmi finalmente in pace, con me stessa e con il mondo.

N.d.A. Quel giorno mi svegliai con la certezza di aver sognato la vita di qualcun altro. I dettagli non sono del tutto fedeli. Li ho ricostruiti in qualche modo oggi, estraendoli da un lontano passato (questo episodio accadde almeno quattro anni fa). Non credo nella reincarnazione né nei messaggi telepatici. Potrebbe essersi trattato solo di un banale fenomeno allucinatorio. Questa almeno è la spiegazione più ragionevole.

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