La Morte e il gioco d’azzardo

di Secessionista


Stavo perdendo tempo con un solitario di carte che non voleva riuscirmi. Ero piuttosto spazientito dall’ennesima partita. Sulle prime sembrava avviata verso una vittoriosa conclusione, ma nel giro di tre mosse finì con un’altra defaillance. Fu allora che pensai: “Cosa importa? Tanto sono immortale e posso giocare finché voglio”. Ecco come ci si innamora del gioco d’azzardo. Finché ci sono soldi da puntare, si può proseguire, teoricamente all’infinito. Alla luce di questa banale osservazione, sento di poter spiegare in un altro modo i suicidi dei casinò. Non si ammazzano perché hanno perso tutto, ma perché non possono continuare a giocare. Da secoli i giochi di carte rappresentano il passatempo di chi ha potere in abbondanza e nessuna occupazione indispensabile alla sua sopravvivenza. Perché senza sfide l’essere umano intristisce. Meglio quindi una partita di carte che la consapevolezza della propria inutilità (riflesso tipicamente occidentale del non essere produttivi attraverso un lavoro). Mi vengono in mente le partire di Barry Lindon, che truffa nobili annoiati, o i minatori americani che appena trovata una pepita grossa come una mela corrono a giocarsela. Ma come? Hai trovato un tesoro che ti può permettere di cambiare finalmente vita e corri a giocartelo? È la sfida con la morte, finché abbiamo di che puntare ci sentiamo immortali. Così cadiamo, come Lucifero.

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