Dice Cassandra

di Secessionista


La donzelletta viene dalla campagna. Non è la stessa della celebre poesia, ma indossa comunque una gonna di cotone lavorato grosso ed una specie di camicia povera, grigia come la polvere che solleva camminando. Dunque, come si spiegano le scarpe da tennis verdi e rosse che porta ai piedi? Mentre si allontana, da un boschetto che si stende a fianco della stradina bianca arrivano urla, pianti, singhiozzi. C’è un inquisitore che sevizia una giovane donna, attorniato da quattro assistenti. Ma non le chiede di confessare. Non le intima di abiurare il demonio. Vuole sapere soltanto il suo numero di conto corrente. Intanto, uccelli neri volano in cerchio, forse aspettando un lauto pasto di carne umana. Dove la terra diventa collina, in una grotta un Homo Sapiens Sapiens ha acceso un fuoco per cuocere una piccola preda. Il fumo dovrebbe farlo tossire, invece è troppo concentrato a disegnare sulla roccia con un semplice tizzone ardente. Pare un bambino troppo concentrato, con la lingua di fuori e gli occhi strizzati. Se chi lo spia avesse un po’ di sana erudizione scientifica saprebbe che sulla parete della caverna (la stessa citata da Platone) si sta delineando la teoria della relatività. Colpi di mitra spaccano l’aria di questo pomeriggio maggiolino. L’avanzata è difficile, e tutti vorrebbero rimanere indietro quel tanto che basta ad evitare le pallottole esplosive nascoste dai vietcong nella canne di bamboo schiacciate ad arte sul sentiero. Tutti, sanno che oltre il fiume non ci sarà una licenza premio, bensì altre paludi appestate di zanzare. Avanzano in assoluto silenzio, quando il telefono da tasca del capitano tradisce lui e la truppa con una suoneria squillante (la musica di un film che non è ancora stato girato, Forse “Kill Bill”). Paesaggi mutano di minuto in minuto. Ora è lo sfondo dietro la celebre dama sorridente che accoglie la folla al Louvre, ora un giardino sfuocato, o meglio, punteggiato, dipinto scandaloso di un francese pazzo, verso la fine di un secolo che si stava meccanizzando a pieno vapore. Oh, vedi, laggiù una famiglia di contadini sporchi e dallo sguardo ebete ne ha incrociata un’altra, che si dirige sotto ipnosi al solito centro commerciale. Ci si deve nascondere al passaggio degli Unni. E non si deve guardare l’ostia consacrata durante la comunione, mentre una setta deviata di probabili dolciniani inscena un’orgia folle e pericolosa. Ah, ma li bruceranno, si che li bruceranno. Almeno a quei tempi. Lo scambio di orgasmi non è ancora divenuto il passatempo preferito di coppie annoiate. Manca tanto quel suono perfetto che rilassa il muscolo del cuore, aprendo la vista sulle montagne anche se non esistono. Manca il bel gesto inutile. Un inno, diciamo “Alla Gioia”. E chi ci crede che lo scrisse un sordo. Trapela un significato da sotto. In sordina, dopo la solennità del coro. Al netto dei bisogni fisiologici, questa che attraversa il tempo è un’Umanità confusa. Non appena ha soddisfatto il bisogno resta attonita, come davanti ad un’opera d’arte che non capisce. Siamo noi. Ora e nei secoli trascorsi. Ora e nei millenni a venire; brancolanti e disorientati su un pianeta paziente.

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