Psicanalisi da tasca

di Secessionista


“Vuoi più bene a me o al papà?” Quando ero bambino, mi sentivo rivolgere spesso questa domanda. Di solito, di fronte ad estranei o parenti alla lontana. Accadeva anche a te? Questa richiesta mi metteva a disagio, profondamente; non sapevo cosa rispondere. Però sapevo perché mi si chiedeva di quantificare il mio affetto. Sapevo che mia madre lo faceva per farsi bella di fronte alle persone presenti. Ma non sapevo proprio cosa rispondere. Anzi, lo sapevo benissimo. Infine, dicevo: “Voglio bene a tutti e due”, che poi era la nuda verità. Mamma però non si accontentava e voleva una risposta diversa: “non puoi volere bene a tutti e due allo stesso modo. Dai, dì la verità.” A quel punto avrei voluto piangere. Se avessi risposto: “al papà”, lei si sarebbe vendicata in qualche modo. Era già accaduto, anche se adesso non ricordo in quale maniera lo facesse. Potrà sembrare una cosa da nulla, ma quando mi è tornata alla memoria ho riprovato per qualche istante il panico che seguiva all’interrogatorio. Mi sentivo in trappola, come un topo preso in un angolo che non può più scappare. Per questo, da adulto, ho spesso osteggiato le dichiarazioni di amore unico e insostituibile. E mi chiedo ancor oggi perché gli altri non accettano la possibilità che si possa amare due o cento persone allo stesso modo.

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