Ricorda di essere umano

di Secessionista


Mi lasciavano sempre da solo, a cantare la mia canzone. All’epoca dei fatti avrò avuto dieci o undici anni, più o meno. Mia madre si era già disillusa sulle mie capacità di diventare un grande cantante. Il luogo dell’azione furono le terme di Boario. Che io comunque continuavo a chiamare Darfo, con il vecchio nome del paese. Eravamo giusto appunto in giro per i giardini delle terme. Non ricordo bene chi fosse con me, ma posso presumere di essere stato con mamma e papà, i quali, peraltro, frequentavano il posto perché dotato di due grandi sale da ballo all’aperto e un palco dove una piccola orchestra eseguiva brani di musica classica (all’epoca non sapevo che lo fosse, ma lo scoprii poco tempo dopo). I miei amavano ballare le canzoni semplici delle classi popolari. Io invece preferivo ascoltare la musica classica, anche se non capivo più di tanto. La vidi mentre percorreva il viale centrale, anche lei in compagnia di familiari. Forse i nonni, non so. Ricordo che ebbi un balzo al cuore. Non avevo mai visto una ragazzina così bella. Anzi. L’avevo vista nei miei sogni. Letteralmente. Mi mise a seguirli, cercando di non dare nell’occhio. Per me era scontato che non sarei stato considerato affatto. Ad un certo punto però si accorse del mio innocente pedinamento. Quando accadde, ebbi il forte impulso di scappare. Ma la sua bellezza mi incatenava. Impossibile darsela a gambe. Il suo sorriso fu un imprevisto che scombinò tutte le mie presunzioni. Lì per lì credetti di essermelo inventato. Allora provai a cambiare percorso, allontanandomi. Dopo qualche istante me la vidi venire dietro. Ci fermammo entrambi intorno ad una delle tante fonti, quasi uno di fronte all’altro. L’impulso di parlarle era fortissimo, ma lo era anche il timore di essere preso in giro. Io non valevo niente. Come potevo pensare di piacerle? Così, giusto per fare la controprova, tornai sui miei passi, girandomi verso il fondo del parco. Lo fece anche lei. A quel punto, non potevo più dubitare della sua simpatia. Ma il muro della disistima che provavo per me stesso mi impediva di fare alcunché. Vorrei essere chiaro su questo. Dentro di me cercavo di trovare la forza per aprire bocca e rivolgerle la parole. Ma la voce non usciva, come se davanti ai miei occhi esistesse una barriera di vetro. Ora so che si trattava della stessa campana di vetro che fece suicidare Silvia Plath.

In breve, la nostra schermaglia continuò per parecchio tempo, finché finalmente, mentre i suoi familiari già si dirigevano all’uscita, trovai il coraggio di chiederle come si chiamava. In due secondi ci scambiammo i rispettivi indirizzi, scrivendoli su due biglietti di ingresso alle terme. In seguito le scrissi, ma non ebbi mai risposta. Immagino di aver messo in fila una sequela di pensieri sconclusionati, che non dovettero piacerle per nulla. Ecco come succede, che dalla mancata considerazione dei genitori cresce un figlio malato, debole e incerto. Lo stesso meccanismo si ripeté anni dopo, ma più sottile. A quel punto non mi accorgevo nemmeno più delle avance femminili che mi venivano rivolte. Ci tornavo su magari il giorno dopo, e mi consolavo di quelle mie defaillance dicendomi che in fondo quella donna in particolare non mi piaceva davvero. Ecco come succede che il veleno della depressione si instilla nel cuore e lo fa indurire. Era iniziato tutto con i genitori ed il maestro che mi davano del buono a nulla perché ero mancino. L’istintiva simpatia che provo per gli emarginati è un sottoprodotto buono di questo male, del tutto privato. Ho deciso di raccontarlo nella speranza che altri vi trovino un piccolo sollievo, ai loro mali altrettanto privati.

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