Dal Samsara al Sannya

di Secessionista


E così Narada entrò al cospetto di Brahma, seduto su preziose stuoie fatte di fili intrecciati dal tempo. Il Manifestatore ebbe parole affettuose per l’ospite. Lo invitò a sedere alla sua destra. Chiamò le ancelle e fece portare squisita cacciagione e frutti dolcissimi. Mentre Brahma intratteneva Narada, nella stanza segreta, Savitri stava generando i Veda, con la  premurosa  assistenza  di  colei  che  alimenta  il  cielo  e  la  dea  dalle  tante  braccia.  Ciò sconvolse il mondo degli umani. I fiumi furono infestati da ogni sorta di demoni. Le case dei notabili furono distrutte dal fuoco purificatore. Ma Narada non si avvide di ciò, poiché era intento ad ammirare la sterminata dimora di Brahma, che aveva il tetto appoggiato sulle stelle del firmamento ed il pavimento composto da piastre d’oro rilucente rubate a Rudra il Pilastro, quando era attento alla creazione di tutti gli esseri. Tendaggi cangianti mostravano la vita nelle sue infinite possibilità. Il sommo Brahma parlava amabilmente e Narada fu colto dalla stanchezza. Si adagiò a riposare sul pavimento, che aveva misteriose proprietà magiche. Finché dormiva, la sua
energia fu rubata e filtrò nella terra fino agli inferi, dove diede sollievo a legioni di anime assetate. Il filo della sua vita si assottigliò fino ad avere le dimensioni di un leggero soffio di brezza. Narada fu destato in quel mentre dal battito d’ali di un piccolo colibrì. Accortosi del pericolo, dovette attendere che un po’ di energia rifluisse nel suo corpo. Trascorsero eoni, e finalmente il valoroso Narada fu in grado di difendersi. Ma la casa lo confondeva, spostando le stanze ed i corridoi. Allora Narada si rivolse agli dei primevi, che lo ascoltarono in silenzio e infine pronunciarono la loro sentenza: “Per placare Alaksmi la Sfortuna, non puoi uccidere Brahma finché ti trovi nella sua casa. Essere ospiti indebolisce e pone in te degli obblighi, mutilando la tua vendetta.” Allora Narada uscì dalla dimora infinita e si recò sulla collina. Lo attendevano gli otto Vasu, venuti a dargli manforte. Si avvide che l’edificio era più piccolo e fragile, visto dall’esterno. Le schiere a lui favorevoli si disposero a semicerchio, aspettando il suo ordine. Narada però non voleva usare la forza, bensì l’astuzia, per cancellare le ferite che l’inganno aveva prodotto nella sua anima. Trasformò quindi il saggio Vasishta in una folle danzatrice, dotata del potere di  sedurre,  e  la  mandò  a  far  visita  a  Brahma.  Sulla  porta,  Vasishta  intonò  un  canto meraviglioso,  che  nasceva  dalle  voci  di  innumerevoli  uccelli. I suoi morbidi  fianchi  si muovevano languidamente. Il padrone di casa non seppe resistere ad una musica così bella ed ispirata. Aprì dunque la porta e si trovò di fronte alla più meravigliosa creatura che avesse mai
conosciuto. Al solo guardarla, immaginava voluttà mai provate, estasi vertiginose che si aprivano su orizzonti inumani.
Concepì così il desiderio di avere un figlio perfetto da lei. Ma la danzatrice aveva ricevuto da Narada il comando di fingersi esitante e di restare sulla soglia aperta il più a lungo possibile. Disse Brahma: “O tu che illumini il trimundio con la tua
bellezza, perfetta armonia, degnati di accettare la mia ospitalità.” Ma quella rispose: “O gran dio, che mi onori con i tuoi complimenti, se avessi accettato di entrare in tutte le case dove mi hanno invitato, avrei dovuto sposare mille mariti ed avrei
perduto la mia splendida voce, dono delle creature che vivono in cielo. Contentati di godere la mia compagnia qui sulla soglia.” Intanto, Narada aveva preparato la sua freccia implacabile. Fissò Brahma negli occhi ed il suo odio guidò il dardo fino al cuore del nemico. Dopo averlo trapassato da parte a parte, il proiettile proseguì all’interno della casa e distrusse un antichissimo amuleto, che proteggeva Brahma da qualsivoglia sventura. Subito, la dimora scricchiolò in modo sinistro. Alcuni muri crollarono con grande strepito ed un fuoco verde divampò fin sull’orlo dell’universo. Questo disastro servì al dio del tempo per ristabilire l’equilibrio tra la somma felicità ed il nulla. Da allora, eternamente gli uomini corrono tra questi opposti sentimenti senza poter riposare mai, perché il loro sonno farebbe pendere il mondo da uno dei lati, e tutto ciò che vi rimane sarebbe precipitato nell’infinito.

Da “Abito parole”, ebook, Carlo Alberto Turrini

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