Faccio il bucato fischiettando (reprint)

di Secessionista


Ho messo nella lavatrice un pezzo molto sporco della mia vita. Nel dubbio, il programma con prelavaggio mi è sembrato più radicale. Naturalmente, non volevo togliere i colori, piuttosto le macchie, almeno le  più grosse. Dovevano sparire o, come minimo, diventare fantasmi impercettibili. Non mi va di temere  che un amico o una donna  possano intuire qualcosa, guardando appena sotto la scritta “Fruit of the Loom”.  La prima macchia, di unto, aveva la forma della curiosità infantile. Niente da dire sulla mia abitudine radicata a smontare i giocattoli per  capirne il funzionamento, mentre  è considerato  risibile comportarsi nello stesso modo con corpi femminili o anime di entrambi i sessi. Questa è la macchia più difficile, e merita tutti i 90 gradi. Altri segni di fango ed erba sull’orlo inferiore dei pantaloni. Mi ricordano quella volta che stesi nel pantano una ragazza, per infilarle la lingua in bocca e le mani dentro i jeans. La macchia è grande, schifosa, perché lei non voleva. Urgenze che ora mi illudo di non provare più. Qualche segno sul collo, piccoli indizi di un senso di colpa che mi prendeva quando tornavo a casa dopo un pomeriggio con l’amante. Per l’odore di sesso bastava spalancare il finestrino. E poi, fumavo, allora parecchio. Gli sbaffi di rossetto però sono difficili da tirar via, me lo insegna qualsiasi manuale di economia domestica. Sono gli indizi di morsi appena sotto la nuca. Qui il problema non è dato dal tipo di sporco. Solo dalla composizione chimica del mio sudore, all’epoca, era un misto di aggressività e paura.

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