Posizione: 30° 0′ 21.64

di Secessionista


La storia che stai per leggere è solo frutto della mia fantasia e non ha alcun fondamento reale.

“Vieni via da lì’. In pieno sole potresti mandare un riflesso:” Il soldato Alfred Robytzec si mosse lentamente, fino a raggiungere il suo capitano dietro la duna. Non si era accorto di essere facilmente visibile anche da lontano, nella sterminata prateria del deserto di Kalahari. “Ora. Ascoltami bene, dobbiamo attendere il segnale del drone, prima di terminare l’incarico. Ci muoveremo solo quando avremo la certezza di non avere testimoni. Mi sono spiegato? Non siamo qui per fare i turisti. Tanto meno in questo postaccio di merda. Anch’io sto sudando sette camicie e se trovo il genio che ha inventato queste tute gliele faccio mangiare fino alle scarpe: Ok?” “Sissignore signor capitano. Starò più attento.” Nella testa del soldato si era insinuato un fastidioso ronzio, come di un motore elettrico su di giri, e la voce gracchiante del suo superiore nell’interfono non faceva che aggravare quel malessere. Intorno a loro, la piana arida era solcata da continue raffiche di vento che facevano rotolare gli sterpi e alzavano una fine coltre di sabbia.

Certo, il loro equipaggiamento era più che adeguato, ma Robytzec era claustrofobico e sentirsi rinchiuso in quella specie di scafandro lo metteva parecchio a disagio. Quando aveva accettato l’incarico, solleticato dalla promessa di un’istantanea promozione, non ne aveva considerato i lati negativi. Comunque, ormai era troppo tardi per tirarsi indietro. Ad aggravare la situazione, gli era venuta una gran voglia di fumarsi una cicca, anche se aveva smesso da anni. Si sentì un crepitio, poi una voce trasmise il comando tanto atteso. “Potete procedere. Ricordatevi di non mettervi sottovento”. I due si scambiarono un’occhiata di intesa, fecero alcuni passi verso lo spazio aperto, si girarono, infine il capitano Bradley aprì il coperchio del contenitore in alluminio che conteneva l’arma da testare. Dentro, ad un temperatura di circa 50° sotto zero, era stivate quattro fiale di cristallo sintetico a prova d’urto. Sull’etichetta, oltre ad una formula chimica che per i due era incomprensibile, erano riportate le istruzioni di attivazione. Coordinandosi a fatica, impacciati dalle tute protettive, ruotarono la tripla chiusura di sicurezza e alzarono le fiale davanti a sé, poi le aprirono del tutto lanciandole in più lontano possibile. Non si aspettavano alcun effetto visibile, perché quelle non erano armi nel senso normale del termine, eppure attesero per qualche istante fissando il punto dov’erano cadute. Rifecero tutta la procedura con altre due fiale, infine si girarono per tornare al riparo della duna, in attesa dell’elicottero che li avrebbe riportati a casa.

“Senti. So che non dovremmo parlarne, ma tu sai che diavoleria c’era là dentro?” “Sicuro di volerlo sapere” potresti non dormirci la notte…” “Certo che voglio sapere come ho fatto a meritarmi i gradi di caporale. Su, sputi il rospo.” “Abbiamo appena scatenato la più devastante epidemia di tutti i tempi. La Peste Nera al confronto fu un raffreddore.” Alfred Robytzec mandò giù a vuoto. In un attimo, gli tornarono alla mente i racconti sull’equipaggio dell’Enola Gay che aveva letto da adolescente. Un enorme senso di colpa pesava come un macigno sulle loro coscienze, anche se in fondo erano stati solo degli esecutori di ordini altrui. E ora due soli uomini avevano fatto qualcosa di peggio, molto peggio. Passò un po’ di tempo, prima che ritrovasse una qualche forma di pensiero razionale. “Ma perché lo hanno fatto? Chi stiamo combattendo?” Stiamo per sconfiggere la piaga più terribile dei nostri tempi. Mai sentito parlare di sovrappopolazione? Soltanto qui in Africa vivono, se così si può dire, oltre un miliardo di persone. E il totale mondiale è sopra i sette miliardi e mezzo. Tra poco avremmo dovuto diventare cannibali. Così hanno deciso di dare una sfoltita. Ma non preoccuparti. Per noi e le nostre famiglie è già disponibile il vaccino.”

Era un ragionamento mostruoso, ma filava come l’olio. Il soldato Robytzec non fece altre domande. Dopo alcuni minuti si sentì il ronzio di un elicottero in avvicinamento e appena lo avvistarono i due iniziarono ad andargli incontro. Avevano entrambi una gran fretta di andarsene dal quella landa inospitale. Il capitano camminava davanti. Sapeva che Alfred Robytzec era stato condannato a morte. Il veleno doveva essere già in viaggio dall’interno della tuta verso il respiratore. Bradley era cinico, ma non fino a voler vedere morire uno dei suoi uomini migliori. Perciò preferì sopravanzarlo di qualche passo. In quel momento gli arrivò nelle cuffie la musica solenne dell’inno nazionale. Pensò che fosse un modo di dargli il bentornato da parte della sua squadra. Fece in altro passo, poi perse l’equilibrio e cadde facendo una mezza piroetta. Non erano stati di parola, quando gli avevano raccontato di aver bisogno di un resoconto puntuale della missione.

I sogni di gloria, o quantomeno di carriera, finirono lì anche per lui. Ma se avesse avuto la fortuna di tornare alla vita civile con la lauta pensione che gli avevano prospettato, le cose non sarebbero state tanto più rosee. Per l’epidemia, qualche burlone aveva scelto un nome quasi buffo, ispirandosi a Cibola, la città dei sogni perversi inventata da Stephen King per un romanzo horror intitolato -L’Ombra dello scorpione-; . Dopo due anni, quando aveva già prodotto miliardi di morti, il virus mutò e fu impossibile salvarsi, per chiunque. I rifugi costruiti dall’elite per “svernare” in attesa di un mondo nuovo diventarono altrettanti cimiteri o, se vogliamo, altrettanti monumenti alla follia del potere. Alla fine, rimase in vita circa il cinque per cento della popolazione mondiale. E se vi ho raccontato questa storia è perché il caso ha voluto che anch’io faccia parte dei sopravvissuti.

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