Il negozietto

di Secessionista


C’era quel negozietto di alimentari e generi vari, che d’estate teneva la porta sempre aperta, proteggendola dalle mosche con una tendina a strisce di plastica. Lì si riversavano gli umori e i malumori dell’intera contrada.

La padrona era di buon carattere e sorrideva sempre a tutti. Ma non era troppo contenta quando una vicina arrivava a comprare qualche pacchetto di pasta, i pomodori, l’olio di oliva, e approfittava dell’occasione per spettegolare sulle visite del postino (troppo frequenti e troppo lunghe) all’ultima casa della sua via. In mancanza di una chiesa nelle vicinanze, il negozio era destinato naturalmente ad accogliere tutti i peccati grandi e piccoli che si consumavano intorno, oltre ai pochi soldi di guadagno che talvolta restavano a lungo semplici serie di numeri su un libretto nero, prima di diventare soldi veri di carta filigranata. In qualche caso, i peccati venivano raccontati dalla stessa persona che li aveva commessi. Allora, la donna di là del banco si sentiva investita di una responsabilità speciale e tentava in ogni modo di alleggerire il carico di colpa con pochi consigli improntati al buonsenso.

Se invece le malefatte venivano riferite da altri, tagliava corto o girava il discorso sul tempo e su lontani fatti di cronaca pescati apposta nei rotocalchi di moda e costume. Ma i clienti che Rosa amava davvero erano i bimbetti mocciosi spediti dalle madri a prendere un etto di prosciutto o lo zucchero. Qualcuno faceva già la cresta sulla spesa, approfittando del resto per lucrare qualche caramella. Altri, più educati, se ne andavano colle monetine strette nel pugno, dopo aver dato un’occhiata nostalgica al vaso delle ginevrine o delle liquirizie. In questi casi, Rosa li chiamava indietro appena avevano varcato l’uscio, prendeva i vasi dalla mensola in alto, apriva con enfasi il coperchio a vite di alluminio e ne estraeva due o tre bombon, consegnandoli ai piccoli con circospezione, quasi come se li stesse rubando. “Ma mi raccomando, non dirlo agli altri bambini. Solo ai tuoi genitori, semmai te ne chiedessero conto.”

Il bimbo allora usciva dalla bottega con una buffa espressione sul viso. Un misto di felicità e serietà compunta. Anni dopo, iniziarono ad arrivare i “capelloni” e le loro donne. Dapprima, Rosa li guardò con diffidenza, come facevano tutti gli altri paesani, poi capì che anche tra i membri di quella strana tribù c’erano bravi ragazzi e mele marce. Da lì in avanti, non fece più caso alla lunghezza dei capelli né alle cortissime minigonne.

Per capire se aveva di fronte una brava persona o no le bastava guardarla negli occhi, come al solito. Per le madri di famiglia invece quei ragazzi erano delinquenti, senza se e senza ma. Non facevano alcuna distinzione, e pensavano che in fondo quegli hippies erano amici o sodali dei terroristi che ogni tanto facevano saltare una banca, un treno o un aeroplano.

Le tante donne che frequentavano il negozio di Rosa non compresero mai che la libertà di non figliare più come macchinette o di uscire a lavorare, o di ritrovarsi al bar con le amiche, o ancora di amare senza pregiudizi di ceto sociale né di genere era il frutto conquistato a caro prezzo (in tante battaglie civili e politiche) da quei ragazzi strambi e sognatori.

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