Il destino dei cavalieri appiedati

di Secessionista


Ero seduto su quel masso da tanto. Non sapevo quanto. Forse ore, giorni, anni. Non avevo idea nemmeno di come ci fossi arrivato. Sapevo solo perché continuavo a rimanere lì, al margine dell’unico sentiero sterrato esistente in quel posto. Tutto intorno a quella via, rovi ed alberi intricati impedivano il passaggio in ogni direzione. Anche usando le mie lame ci avrei messo giorni per compiere pochi passi attraverso la foresta. Molto più facile passare per la via battuta, come gli altri cavalieri appiedati che vedo transitare ogni tanto. Arrivano sempre dalla mia sinistra e a volte tornano indietro dopo altro tempo. In qualche caso li riconosco, altre volte no. Magari sono appena passati. Oppure li vidi chissà quando e poi subito li dimenticai. Qui è tutto così vago. Solo bosco fitto, cielo lontano sempre limpido, ed un’unica strada di terra, bordata di sassi alti qualche pollice. Dunque, nessuno di quelli che arrivano mi vede. Sono troppo concentrati su un compito che li attende dall’altra parte del percorso. Questo lo capisco. E nemmeno i superstiti mi vedono, tornando indietro sconfitti. Sono troppo assorti ad ascoltare il loro dolore fisico e morale. Uno ne vidi, che camminava a quattro gambe come un cane, trascinandosi dietro la daga sporca di sangue e muco, con ferite in tutto il corpo che zampillavano ad ogni movimento. Ancora mi chiedo come sia riuscito, questo sfortunato cavaliere, ad arrivare abbastanza lontano da sparire dallla mia vista. Intendiamoci. Non mi sarei mai sognato di seguirlo. Ormai ho iniziato ad intuire cosa dovrei fare anch’io. Ma per la mia vigliaccheria star qui ad attendere è un’ottimo compromesso. Non ho fame né sete, dormo quando ne sento il bisogno, ed i poveretti che passano mi fanno quasi compagnia. Di sicuro una minima parte non torna. Credo che muoiano alla fine della strada. Può essere che qualcuno riesca a passare oltre ancora vivo. Ma non mi è dato saperlo con certezza. Questa mia tranquilla mancanza di un destino è stata rovinata improvvisamente stamane. Poco dopo essermi risvegliato, i demoni mi hanno attaccato al petto.Erano tanti, ma molto piccoli. Avevano più o meno la dimensione di passeri malvagi. Così, molti li ho uccisi mulinando la daga corta. Ma erano davvero troppi ed alcuni sono riusciti ad infilarsi sotto la pelle. Li ho sentiti grattare appena sopra i polmoni e subito il respiro mi si è strozzato in gola. Anche adesso mando giù a malapena un pò d’aria ogni tanto, e mi brucia come se fosse fiamma. Stavo cercando il modo per sconfiggerli quando ne sono arrivati altri che mi si sono attaccati al viso. Allora ho tentato di strapparmeli via con le mani nude. Inutile. Sarebbe stato come strapparsi la faccia, talmente a fondo si erano uncinati. Quel dolore dapprima mi è sembrato sopportabile, ma è invece una tortura senza paragoni. Sento il maleImmagine che corre sui nervi fino al cervello partendo dalla mascella, dalle radici dei denti, dalle narici, persino dagli occhi. Poi risale fino alla sommità del capo ed è come se una tenaglia di strazio mi schiacciasse la testa. Ora ho ben chiaro che qui la vigliaccheria non è ammessa. Anche se non ne capisco il fine, dovrò far presto anch’io il mio viaggio verso l’ignoto. Credevo che nulla mi avrebbe indotto a lasciare questo comodo osservatorio, invece mi sto già alzando. Vieni, Oscura ad uccidere me ed i miei demoni, oppure sarò io a beffarti per questa volta, lasciandoti in eredità questo tripudio di torture. Una sola probabilità di successo è anche più di quanto chiedo.

 

 

P.G.R. Sindrome influenzale. Inverno 2012-2013

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