Fuga da New York

di Secessionista


Mi sono accorto negli ultimi cento metri che il sorriso si è quasi rovinato. E non ci sono distributori di silicone nei dintorni. Dovrò fare attenzione. Se la piega delle labbra dovesse arrivare anche soltanto al livello classificato leggermente triste, avrei subito addosso tutta la polizia psichica della regione. Ci fosse almeno uno segaossi abusivo nei dintorni! Gli chiederei di tatuarmi sulla faccia l’espressione di “really everyday happy” che mi servirebbe per eludere le telecamere… Meno male; nel baretto dove mi sono appena infilato c’è un cesso con lo specchio. Ecco. Se tengo i muscoli duri in questa posizione per almeno un paio di chilometri, dopo potrò infilarmi nel bosco. Le telecamere ci sono anche lì, ma è facile sgamarle. Di solito sono solo nelle zone prive di alberi. Tu ti chiederai dove sono diretto (e sicuramente starai scommettendo con me che non arriverò comunque da nessuna parte). Beh! Mi hanno raccontato di un posto dove si può stare ore sdraiati, senza fare un benemerito niente. Non sarà il paradiso, però nemmeno un inferno come questo. Appena due settimane fa ero nello standard, ma poi ho litigato con un funzionario cinque, per un parcheggio al centro commerciale. Da quel momento la felicità preconfezionata mi si è scollata via via dalla faccia. Ho provato subito a sentire un falsario estetico, un tale piuttosto sporchiccio che sembrava il tipico falsario di passaporti dei film. Non ha voluto saperne neanche di fronte a dieci millisacchi (un intera giornata con una troia di livello uno plus). Disse che se il mio ingresso nel palazzo era stato registrato lui avrebbe passato grossi guai. Disse anche che tolleravano solo le modifiche dovute a questioni di corna. Vabbè. Sono stanco di parlarne. E di certo tu di ascoltarmi.                    Addio, normo-vitale livello base. Io salto tra cinque minuti.

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