Blue death

di Secessionista


Blue death

 

In una grande città del nord Italia si verificano una serie di delitti. Le vittime sono invariabilmente immigrati neri ed extraeuropei. In tre mesi, sei persone vengono ritrovate uccise, sempre per strangolamento, in zone diverse della città. Pur accomunati dalle stesse modalità di azione, questi delitti non possono essere ricondotti ad un unico serial killer, in quanto le impronte digitali e le tracce di DNA che emergono dall’esame autoptico appartengono ad individui diversi. La polizia non sa come affrontare la faccenda. Nessun punto fermo dal quale partire; negli schedari giudiziari non esiste nemmeno una delle impronte rilevate. Man mano che vengono scoperti nuovi omicidi, sale la protesta degli immigrati che, temendo di essere uccisi, si spostano ormai solo in gruppo, scontrandosi in qualche caso con le ronde padane. La situazione si va facendo incandescente, ed è per questo che le indagini vengono affidate ad un commissario dalla geniale capacità investigativa, che non ha fatto carriera soltanto perché considerato un anarchico ed un piantagrane. Appena assunta la guida delle indagini, il commissario Alceste Pinelli scopre che molte delle vittime furono aggredite poco dopo essere scese da un autobus. C’è la testimonianza di una donna, in particolare, che venne importunata dal un ragazzo senegalese. La donna denunciò il fatto alla polizia municipale, scoprendo qualche giorno dopo sul quotidiano locale che il ragazzo era stato ucciso. Qualche riscontro incrociato consente al commissario di trovare almeno due altre vittime tra i passeggeri dei bus urbani. Decide quindi di mandare alcuni uomini a vigilare, mischiandosi ai passeggeri, sui percorsi più affollati. Nel frattempo, chiede di acquisire le riprese video delle telecamere di sicurezza, per poi passarle al setaccio, cercando una traccia dei killer. Ma le immagini mostrano solo una folla di studenti imbambolati ad ascoltare musica con le cuffiette, badanti romene con le borse della spesa, signore impellicciate, e vari altri scampoli di umanità. Anche la ricerca di uno stesso gruppo di persone su autobus differenti dà esito negativo. Nel frattempo, un altro uomo viene ritrovato morto nei pressi di una banca. Stavolta, l’acquisizione delle riprese del circuito di controllo, all’ingresso dello sportello, dà i suoi frutti. Si vede chiaramente un ragazzo sui diciotto anni mentre aggredisce la vittima alle spalle, strozzandola a mani nude. Il killer porta jeans e maglioncino, ed ha sulle spalle uno zainetto da scuola. Sembra uno dei tanti bravi ragazzi che il commissario ha osservato sugli autobus, mentre ascoltano la musica preferita con aria assente. Viene immediatamente diramato un comunicato stampa con l’immagine più nitida dell’omicida. A questo punto, il prefetto licenzia il commissario, convinto di non averne più bisogno, e convoca una conferenza stampa spiegando che la lunga catena di delitti sta per essere definitivamente interrotta. Passano alcuni giorni, poi un ragazzo si presenta alla sede del commissariato cittadino. Spiega di essersi riconosciuto nella foto del killer diffusa dalla polizia, ma di non aver nulla a che fare con il crimine che gli viene attribuito. L’analisi del Dna dimostra invece che è stato proprio lui ad uccidere, senza sapere che una telecamera lo stava riprendendo. Ma qualcosa non torna. Il ragazzo è di buona famiglia, serio, un po’ timido. Inoltre, non ha mai manifestato alcuna animosità nei confronti degli emarginati. Lo sottopongono alla macchina della verità, e risponde sinceramente a tutte le domande, negando l’omicidio senza che l’ago della macchina riveli alcun picco di stress. Nel dubbio, la polizia decide di arrestarlo comunque, in attesa di ulteriori sviluppi della vicenda. Passano alcuni giorni. In carcere, il ragazzo chiede qualche libro, legge, parla con gli altri detenuti e con amici o parenti venuti a trovarlo. Sembra sereno, proprio come chi sapendosi innocente, si sente certo che la sua estraneità al crimine verrà presto accertata. Dopo due settimane avviene un nuovo omicidio. La colpa non può essere del ragazzo, giacché si trova ancora in carcere, quindi si inizia a sospettare che faccia parte di una banda dedita all’uccisione di barboni ed immigrati. Il commissario Pinelli viene precipitosamente reintegrato nel caso. Si indaga sulle frequentazioni di Paolo Redaelli (il ragazzo fermato), ma nulla emerge dall’interrogatorio serrato dei suoi amici e compagni di scuola. L’inchiesta è ferma all’unico indiziato grave. Ma il commissario continua a credere di poter trovare una pista buona nei filmati delle telecamere di sicurezza. Deve pur esserci un dettaglio che accomuni i vari delitti. Per esempio, la presenza di una stessa persona sui diversi autobus utilizzati dalle vittime. Ma si tratta di un lavoro immane, perché consiste nel cercare di memorizzare i volti dei passeggeri di ogni viaggio confrontandoli con tutti gli altri. Alceste Pinelli decide di chiedere aiuto alla polizia americana, che utilizza già da alcuni anni un software per l’identificazione rapida dei sospettati negli archivi penali. Il programma viene inviato al commissariato di Milano. Così com’è, non può essere impiegato, in quanto i volti dei criminali devono essere tutti della stessa dimensione e posizione, tipiche delle foto segnaletiche. Ma Pinelli conosce un giovane hacker. Anni prima, lo salvò da una condanna certa per l’intrusione nella banca dati di un ministero, dato che l’azione non aveva comportato alcun danno. Lo chiama e gli chiede di modificare il software americano in modo che possa riconoscere i visi dei passeggeri, anche se di dimensioni e posizione differenti. Passano quattro giorni ed avviene un altro omicidio, questo volta di un poliziotto. La tensione è alle stelle, quando Giovanni S., hacker in prestito alla giustizia, si presenta in commissariato con la sua versione aggiornata del programma di identificazione. Tutti i filmati di sicurezza vengono riversati in un unico computer. Dopo alcuni minuti, il programma comincia l’analisi delle immagini. Ci vorranno oltre sei ore perché trovi le corrispondenze cercate. All’inizio, più di venti persone compaiono in almeno due o tre viaggi. Il programma indica esattamente quante volte appare ogni persona, così è possibile compilare una lista di priorità, che dimostra la ripetuta presenza di un uomo sui sessant’anni negli autobus più frequentati dagli immigrati. Un ulteriore ricerca consente di ritrovare lo stesso uomo in almeno sei casi di omicidio di passeggeri. Ora, non resta che identificare il killer, o il mandante degli omicidi. L’identikit, basato sull’elaborazione dei vari fotogrammi, consente di arrestare l’uomo (un pensionato che vive solo) già il giorno seguente. La sua casa viene messa a soqquadro dagli inquirenti, il suo pc sequestrato, gli effetti personali passati al setaccio. Dopo aver compiuto le più accurate verifiche però, la polizia ritiene di aver preso un granchio. La sola cosa certa è che l’uomo era presente sugli autobus. Nient’altro. Eppure, Pinelli sente di essere vicino alla soluzione del caso. Anche l’atteggiamento mite dell’individuo, che non ha mai un benché minimo cenno di protesta, lo lascia perplesso. Richiama l’hacker e si fa portare il pc ed il cellulare del sospettato, consegnandoli poi all’esperto informatico per un ultima verifica, promettendogli una generosa ricompensa nel caso riesca a trovare un indizio valido di colpevolezza. Il ragazzo porta il materiale nel suo studio e ne copia il contenuto, restituendo subito gli oggetti, che saranno resi a loro volta al pensionato la sera stessa, insieme alle scuse per l’indebita detenzione. In effetti, ad una prima analisi del software, Giovanni non nota alcuna anomalia. Ci sono files musicali di opera lirica, messaggi, un gioco di carte e qualche foto spinta. Null’altro. Sta per abbandonare la ricerca, deluso, quando per sbaglio fa partire il gioco. Scopre così che, dietro l’apparenza di un innocuo videogame, si cela un sofisticato programma che può connettersi via Blue Tooth a qualsiasi altro dispositivo, anche protetto da una password. Il programma è impostato per inviare un particolare file musicale, ma ciò che l’hacker ascolta, invece di un’opera lirica, è un ronzio indistinto. Lavorando sul suono, ne ricava quindi un invito ad uccidere un immigrato o un barbone che sta scendendo dall’autobus. Si tratta di un suono elaborato in modo di non essere distinguibile, passando direttamente nell’inconscio di chi lo ascolta, grazie alla conversione studiata sulle frequenze di funzionamento delle cuffiette audio. Dunque, il pensionato poteva ordinare gli omicidi senza muoversi dal suo solito posto in fondo all’autobus. L’hacker chiama quindi il commissario Pinelli, annunciandogli di aver risolto il caso. Il vero colpevole del caso verrà preso con il piede sul treno per Parigi, con in tasca un biglietto aereo di sola andata dalla capitale francese a Nairobi. Sarà un processo atipico, celebrato soltanto verso il mandante della lunga serie di delitti, poiché gli esecutori materiali non erano consapevoli delle loro azioni. Questo avrà un effetto devastante sulla fiducia della gente verso le tecnologie avanzate. D’ora in avanti, chiunque indossi una cuffia sarà guardato con diffidenza e paura.

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