Una stagione per pensare

di Secessionista


Trascorsi il mese di novembre ad ispezionare il bosco. Gli alberi emanavano un odore immenso. La solitudine non pesava. Per una volta, nella vita, non sentivo alcun bisogno di avere qualcuno accanto. Al mattino, facevo colazione alla finestra guardando verso il monte Carega, quasi sempre avvolto da una corona di nuvole basse. Soltanto i miei familiari sapevano dov'ero. Il telefono l'avevo lasciato in città. Ciò mi permise una lunga distillazione. Nelle lunghe camminate, lasciavo veleni e sudori per la via, sapendo che alla terra non avrebbero fatto altrettanto male. Mentre il tempo scorreva, dimenticai le facce recenti, quelle insignificanti, quelle che avevo guardato solo per una qualsiasi necessità di lavoro o di convenienza sociale. Al primo esordio dell'inverno i miei ricordi si erano ormai concentrati sulle persone davvero care, scomparse o morte, ancora raggiungibili o irrimediabilmente lontane. Mi tornarono alla mente episodi minuti; chiacchiere a notte fonda mentre si stava seduti sulla spalletta del ponte dietro casa. Giuliano, Romeo ed io, ad almanaccare un futuro che in seguito avrebbe deluso tutti. Rividi anche Lulù, quando facevamo l'amore mettendoci più affetto che eros, e alternando caffè, spremute d'arancia, sigarette, folli idealismi.

Data la nostra situazione, agognavamo soprattutto la morte della gelosia, tra i sentimenti umani. Non accadde, certo, ma posso dichiarare con orgoglio che ci credevamo davvero. Sull'altopiano, la sera, mettevo un ciocco nel camino e mi perdevo a fissare le fiamme per ore. Non so dire dove andassero i miei pensieri in quei momenti. Ciò che mi prendeva aveva dello spleen e mi faceva diventare altro da me stesso. Purtroppo, durava poco. Qualche volta, invece di attraversare il bosco, preferivo andare a sedermi sullo strapiombo, restandoci finché arrivavo quasi al congelamento. Si può fare, se si ha la certezza di rifugiarsi poi rapidamente in una stanza calda. Sapevo già che ogni rapporto umano ci modifica, che può inquinarci, che può farci crescere o toglierci l'equilibrio. Però non conoscevo la reale portata dell'effetto che abbiamo gli uni sugli altri. La imparai lì sul monte. Seppi che questo influsso è tutto ciò che forma e deforma la vita di ognuno. Nel momento in cui ne presi coscienza ebbi un moto di ribellione. Mi parve indispensabile emendarmi da tutto questo. Sulle prime, progettai addirittura di prolungare la vacanza almeno per un altro mese. Poi, mi tornò alla mente una frase di John Donne che afferma: “nessun uomo è un'isola…”

Continuare a vivere tra le montagne non sarebbe servito a farmi guarire più di così. Potevo fare una cosa sola, in fondo; scegliere meglio le persone che voglio frequentare.

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