Rotta verso Atlantide, ovvero il disastro.

di Secessionista


Il mare è attraversato da onde che non conosco. I marinai dicono di non averne mai viste altrettanto mutevoli. La prua sbanda di continuo e le vele si gonfiano per pochi minuti, poi tornano a segnare bonaccia. Dove stiamo puntando non ci sono fari a illuminare il porto. Dove stiamo andando forse ci attende la morte. Eppure, dopo aver navigato il mondo, l'unica scelta è cercare il posto dal quale sarà impossibile tornare. Se non adesso, quando potremo credere in un miraggio altrettanto allettante? Ovvio che l'equipaggio crede in un tesoro a portata di mano. Ma a me basterebbe una qualsiasi forma di stupore, dopo che la vita mi ha segnato la faccia di ferite troppo reali. Ecco, finalmente. Ad est si profila un'isola dai colori sfalsati. Dove dovrebbe esserci la sabbia vedo artigli semisommersi. Farfalle mostruose stanno pescando pesci deformi. Più in là, sotto alberi dal fogliame nero, creature malate attendono il cibo che questo vascello promette. Forse ci sarà pure un Atlantide sotto questo scoglio affiorato dall'incubo, ma non  sono affatto convinto che ci si possa arrivare. E se ci arriveremo, so per certo che non troveremo tesori. Se è vero che la vita è spinta dal desiderio, allora sono arrivato alla meta finale. Ora che stiamo sbarcando, vorrei solo aver con me una bottiglia alla quale affidare l'enigma di un'isola capovolta. Almeno, potrei contare su qualche fiore sulla mia tomba. L'epitaffio lo scrissi già appena fuori dai cancelli della giovinezza: "Sappiate, o posteri, che qui non mi condusse la brama di nuove emozioni, bensì la certezza di non poter più provarne".

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