Maria

di Secessionista


     Ho la lavatrice rotta. Dopo aver aspettato finché il cesto è arrivato al colmo, sono ricorso ad una lavanderia a gettone. Una di quelle “italian laundrette” che si stanno diffondendo ovunque, con i continui arrivi di immigrati. Quando sono arrivato era piena di gente. Oltre ai clienti, c’erano tre tecnici che stavano installando dei dispositivi di sicurezza ed una coppia sui sessanta, i proprietari della lavanderia.

Sulle prime ero molto disorientato, ma mi è subito venuta in soccorso la padrona, spiegandomi passo passo cosa dovevo fare. Tipicamente, ho pensato: lo fa nel suo interesse, non nel mio. Invece si è rivelata una donna davvero gentile.

Avevo con me una copia di “Riza Psicosomatica” e, dopo aver avviato il lavaggio, mi sono trovato un posto un po’ defilato dove leggere in pace. Solo che leggere per oltre trenta minuti una rivista piena di luoghi comuni truccati da grandi verità è un’impresa che va oltre la mia pazienza.

Dopo un quarto d’ora il locale si è quasi svuotato, così mi sono messo a chiacchierare con i gestori della laundrette. E’ in questo modo che ho saputo la storia della bambina russa che sto per riferirvi. Il discorso è partito dal fatto che per tenere il negozio in ordine la signora deve andarci almeno a giorni alterni. “Perché sa, ci sono le persone educate, ma anche gli zotici che buttano tutto per terra”.

Al che, io ho abbozzato, dicendo che in effetti, gli immigrati sono piuttosto incivili, specie se africani. Un bel luogo comune, buttato lì per ottenere un facile consenso. Ma ho fatto cilecca. Questa è stata la risposta del marito: “Si. Certo, però non bisogna generalizzare. Io e mia moglie conosciamo un sacco di persone che sono venute in Italia solo per lavorare, e si comportano in maniera impeccabile”.

In quel momento non lo sapevo ancora, ma la bambina era già vicina. Mentre stavo togliendo i panni dalla lavatrice per infilarli nell’asciugatore, l’uomo ha proseguito parlandomi di una brava donna russa, che è riuscita a portare qui le figlie solo dopo molti mesi, e dietro il pagamento di una generosa stecca in qualche ufficio ministeriale.

Dunque, questa signora russa venne qui per fare la badante. In seguito, ebbe la fortuna di trovare un impiego fisso come cameriera in una pizzeria-trattoria delle montagne veronesi. Siccome è davvero una persona a posto, e pure simpatica, dopo un paio di anni trascorsi in paese ha finito per farsi voler bene da tutti. E quando ha manifestato il desiderio di avere le figlie con sé, tutto il paese l’ha aiutata. Dopo aver avuto tutti i timbri, i permessi, gli esborsi che la burocrazia e la corruzione richiedono in questi casi, le figlie riuscirono a partire per l’Italia all’inizio del 2007. Fu proprio l’uomo che mi stava parlando ad andare a prenderle, in un autogrill sulla Milano Venezia dov’erano state scaricate da uno dei tanti furgoni che trasporta merci ed esseri umani dall’Est Europa al Nord Italia.

Due femmine, dicevo: Tana di diciotto anni e Maria di dieci. In italiano, conoscevano solo la parola “ciao”. Nel descriverle, l’uomo non si è fatto problemi e dice che erano bellissime davanti alla moglie. Ebbene, la moglie ha annuito, invece di mostrarsi gelosa. Dopo ho capito il motivo.

Maria aveva un decennio di esistenza grama alle spalle, ma imparò  a parlare un italiano perfetto in soli due mesi. Se vedeva i vecchi giocare a briscola nella pizzeria dove lavorava la madre, in due sere imparava tutto; le regole ed i trucchi più sofisticati. Al sabato, c’era un po’ di ballo liscio. Lei guardava i ballerini per una mezz’oretta, poi si lanciava in pista, incantando gli spettatori per la grazia e la precisione dei movimenti. A scuola, nel primo colloquio con i professori, la madre si sentì dire che sua figlia era tre spanne sopra i compagni, anche i più bravi. Insomma, era un essere eccezionale, anche perché aveva un carattere giovale, simpatico e modesto.

Maria era nata a poca distanza da un luogo lugubre e infame, che certo ricorderete: la centrale nucleare di Chernobyl. A metà dell’anno, Maria manifestò  i primi sintomi di un male che fu presto diagnosticato come tumore cerebrale. Al che, il mio interlocutore e sua moglie  avevano deciso di portarla in un posto bello, che non aveva mai visto, se non in fotografia. Il mare. WOW.

Anche lì, dopo appena una settimana lasciò un ricordo ed una commozione profonda. Per il suo soggiorno, i proprietari dell’albergo vollero praticare di loro iniziativa uno sconto del settanta per cento.

In seguito Maria si aggravò rapidamente. Divenne cieca e fu necessario il ricovero in uno di quei posti tristi dove l’unica terapia possibile è lenire il dolore del malato. Ma non la lasciarono morire in ospedale. Gli ultimi giorni li trascorse con le persone che amava. Caso più unico che raro, dopo alcuni giorni dalla dimissione, due medici e tre infermieri andarono a trovarla a casa.

I miei panni sono asciutti.

L’uomo, commosso e grato, come se lo stessi aiutando a liberarsi di un peso, mi dice che secondo lui Maria era un  angelo mandato ad alleviare le sofferenze delle anime che incontrava. Dice che per questo non ha potuto restare a lungo, perché il posto degli angeli è un altro.

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