Racconto di Natale

di Secessionista


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reindeer_by_Arahna

Sotto i boschi di pini e betulle, nel turbinio di neve che mescolava nuvole basse con l’orizzonte altrettanto bianco, stavo pescando sul lago ghiacciato con Pekka. Il buco, nello strato di parecchi centimetri si faceva con un grosso trapano, in meno di un minuto. Poi bisognava togliere i guanti, tuffare la mano nuda nell’acqua gelida e tirar fuori subito i pezzetti di ghiaccio, prima che si saldassero nuovamente imprigionando la lenza. Dove poteva nascere il mito di Babbo Natale, se non in quelle contrade isolate dal resto del mondo per più di sei mesi l’anno?

Immaginai elfi, gnomi, fate, mentre lavoravano alacremente per i nostri bambini. Succedeva in una casa di legno, di quelle che esistono solo nelle fiabe, mentre io le vedevo sul serio, girando lo sguardo intorno da Vaala ai boschi verso Kemi. E sapevo che ci si stava pure bene, con le stufe alimentate con buona legna profumata di resina. Un pesce abboccò allora, distraendomi dalle mie fantasticherie da turista. Era un pesce di san Pietro; il primo che avessi mai pescato. A prenderne almeno altri dieci ci si poteva fare una bella frittura.

Ecco lì la realtà, la lotta per la sopravvivenza, l’istinto predatore della razza umana. Eppure, non riuscii a trovare davvero il disincanto, in quel vento gelido e nello sforzo di resistergli. Capivo finalmente che essere persone significa sfidarsi, ma restare bimbi dentro, e godere di ogni nuova esperienza, persino dei geloni. Eravamo due uomini adulti inginocchiati nel ghiaccio nella luce tagliente del mezzodì. Uno, contento di essere nella sua terra, l’altro, felice di stare inaspettatamente a 3000 chilometri da casa.

Aveva senso? No. Aveva gusto. Quel che avrei potuto desiderare per Natale era proprio la lenza che tenevo tra le mani. E furono due, tre, fino a quindici i pesci che pescammo quella volta. Ogni pescatore immerso nei suoi pensieri, ma entrambi con un sorriso ingenuo stampato sulla faccia. Ero talmente entusiasta delle prede che avrei voluto restare ancora fino al buio. Pekka non era d’accordo; prudente e finlandese più di me, mi riportò sulla terra facendomi notare che la temperatura stava calando bruscamente e che eravamo lì da oltre due ore.

Chissà perché, mi sembrò che il suo sano realismo fosse rivolto anche alle mie fantasie su giganti buoni vestiti di rosso, che distribuiscono regali di notte, passando per i camini. Vabbé, avevo volato alto… capita! Comunque ero soddisfatto, con il pescato nella borsa di nylon bianco e la prospettiva di una bella cena con la radio in sottofondo. Fu allora che il branco di renne uscì dal bosco, tagliandoci la strada con passi lenti e maestosi. Il capobranco si stava dirigendo verso il Nord, come se sapesse bene dove doveva arrivare…

Carlo Alberto Turrini

Natale 2009

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