Istruzioni di viaggio

di Secessionista


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Dato che solo il viaggio mi procura un po’ di sollievo, dovrò andare in giro per l’Europa, rifugiandomi negli autogrill stranieri, che poi non son diversi dai nostri, ad osservare la gente mentre parla in modi strani. Essenzialmente, un esercizio da alieni o da entomologi. Caricare l’auto con qualche merenda, acqua, carburante, per mettere la freccia e fermarsi in capo al mondo. Intendo dove la Finlandia finisce e inizia il Polo. Attendere finché la stanchezza sia estrema. Fermarsi a dormire in qualche sperso hotel dotato di sauna e colazione da vichinghi. La sera è ovunque. Inizia alle due del pomeriggio. Tanto tempo per fare amicizia con la coppia del negozio di liquori. Che mi racconterà sorridendo dell’ubriacone capace di scolare almeno cinque bottiglie di vodka in tre ore appena, giusto per non dover tornare a casa, senza riuscire ad incontrare l’oblio che lo salverebbe dalla moglie, dai giorni uguali, dalle trappole preparate per se stesso.

Avrò una compagna. Spero, la stessa di ora. E insieme faremo fronte comune contro le avversità. Un guasto al motore o la tormenta che ferma anche gli alci. Tanto, con un coltello Marttiini e carne di renna secca si può resistere anche per settimane. La scelta della meta, del mezzo, del percorso, schiva volutamente i luoghi troppo affollati, come le balere spagnole o le isole calde (una lunga sauna fa meglio, credetemi). Anima sfilacciata in un corpo quasi decaduto, non cerco altro che la semplicità. Si può stare una notte attorno al fuoco, magari cantando tutti insieme con stonature e simpatia. Il paradiso, se non è lì, ci passa molto vicino. Ho avuto tutto già. Soldi mal presi e peggio spesi; per imparare che forse servono, ma solo se possiedi molto altro (l’importante è dentro).

Il sesso, certo, esperienze forti contigue alla follia. Quando era un modo di dimenticare, poteva piacermi. Ora non più. Attenti, che qui viene il bello. Sottraendo via via le cazzate che in passato sembravano essenziali, non son restato senza nulla. Ora sono dotato di una coscienza aguzza. Un alito di vento tra i rami carichi di neve mi emoziona al punto che poi lo ricordo per giorni. Un bacio, un solo bacio, sul piazzale della stazione, mi urla in gola che esiste davvero la felicità. Il passaggio da esperienza ad assuefazione a nausea può sbucare in un luogo invisibile, bianco. Visto da fuori, lo si chiamerebbe innocenza. Non la direi una definizione accurata, però è quella che rende meglio l’idea. E’ una condizione iniziale, innata. Può tornarci chiunque. Anche partendo dalla fine di questo monologo bugiardo.

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