Il gusto delle parole bianche

di Secessionista


Il gusto delle parole bianche. Un che di fondente e di indeciso. La vaghezza che giova a dimenticare. Ecco qui davanti, candido, il foglio con un  futuro ancora da scrivere. E’ persino troppo largo. Mi consola il mistero di questo mondo arbitrario nel quale ognuno può illudersi, qualche volta consapevolmente. Ora entro. Il preambolo è stato già abbastanza lungo.

faafffffffffa

Diciamo che l’Inverno era dolore alle punte delle dita e terra dura come sasso. Che mi erano concesse soltanto tre ore di luce. Che il cappotto un po’ liso lasciava entrare spifferi taglienti. La porta di casa aveva ancora il catenaccio di cento anni prima. Si chiudeva con un lungo cigolio. Fuori, quel pomeriggio c’era la nebbia. Ma non tanta da cancellare la fila di alberi che delimitava la stradina di campagna fino al fosso, dove mi diressi, senza sapere perché. I pioppi, perse le foglie, parevano essersi raggomitolati contro il gelo. Vigilavano l’acqua sbiancata dal ghiaccio. Lì si poteva camminare, con una certa prudenza, dando le spalle alla casa di campagna, alla corte, ai rimproveri continui. L’esperienza intima che avevo in quei lunghi minuti compensava almeno in parte l’asprezza dello scontro con gli altri esseri umani. Loro avevano decretato che essere mancini era una colpa. Ma il fosso no. Non mi rimproverava, affatto. Si limitava ad esser lì, bel pavimento scivoloso per un ballo da fine secolo.

aafffffffffa

Ed io mi lanciavo, assente e prudente, sul centro della mia coscienza. La pattinavo in tutte le direzioni, cercando un senso anche ai sassi affioranti, agli scricchiolii pericolosi che ti facevano tornare per un istante in te. Tra i due mondi, la natura era molto più indulgente, infatti faceva venire i geloni anche agli altri bambini. Eppure, sentivo che doveva esserci un legame, tra le rive spelacchiate della Canossa e l’attenzione severa dei miei guardiani. Ci arrivai, quella sera, mentre faceva buio. Come tante altre volte, entrando, misi la prua verso la porticina sul retro che dava accesso all’orto. Volevo guardare le vigne e il casotto del maiale. In un corridoio minuscolo, tagliato a metà dall’inizio delle scale, vidi l’immagine di Santa Lucia.

aafffffffffa

 Ecco un riflesso della superstizione che mi aveva definito paria: la santa aveva le palpebre abbassate, reggeva un vassoio con la mano destra, e su questo stavano i suoi occhi. C’era dunque un altro universo, o la fiducia in un posto simile, dove accadevano miracoli ed i mancini andavano dritti all’inferno.  Allora decisi che se proprio dovevo andare in quel brutto paese, almeno avrei giocato con la realtà fino all’ultimo. Scrivendo con la mano sinistra senza che nessuno se ne accorgesse.

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