Terra 2011

di Secessionista


"Il senso di giustizia che muove le mie azioni dovrebbe esserti ben chiaro, ormai. Perciò attenderò due minuti standard prima di attivare le procedure contro le effrazioni alla zona B. Hai un buon margine di tempo per metterti in salvo."

La zona B era chiamata anche zona delle -trasmissioni random -, a causa della distorsione, mai spiegata, che cambiava illogicamente il senso di qualsiasi messaggio la attraversasse.

"Non ho scordato che appartenemmo allo stesso gruppo caucasico prima della Separazione Globale. E certo avrai notato come, durante la Ricerca viveri Autorizzata, tu sia sempre riuscito a lavorare oltre il termine segnalato. Sto perturbando la visione digitale con una finta nuvola magnetica. Ma se superassi anche di un breve secondo la soglia di preallarme, saremmo entrambi perduti. Va ora."

Il piccolo mammifero non aveva trovato niente di barattabile nella zona B. o, peggio, niente che potesse essere almeno interessante per gli altri membri del suo clan. Quindi, non indugiò oltre, anche per rispetto al controllore che gli stava offrendo la salvezza. La rete tagliata brillava al sole numero due. Si infilò veloce sotto lo strappo, ed emerse in pochi secondi dall’altra parte, con qualche graffio sulle spalle e sul collo, ma vivo.

Gli assetti geopolitici terrestri erano stati semplificati dall’espansione della Cina, che deteneva il settantacinque per cento delle aree abitabili. Perciò, solo il trentacinque per cento rimaneva alle altre etnie, che convivevano faticosamente in un territorio povero e sempre più arido. L’origine della situazione attuale era ben nascosta in un comitato centrale del partito comunista cinese, presieduto dall’anziano Mao Tze Dong sul finire degli anni ‘70. Dopo aver verificato che l’apparato militare cinese non poteva reggere un eventuale attacco congiunto russo-americano, l’accorto leader optò per la conquista economica del pianeta.

In pochi mesi, furono studiate tutte le leggi commerciali e finanziarie vigenti nel mondo industriale.

Le falle di quel sistema vennero minuziosamente elencate ai vertici politici appena un anno dopo. Da quel momento , l’intera macchina sociale e produttiva cinese si mise all’opera, copiando metodi, tecnologie, prodotti di largo consumo. Il primo lancio commerciale fu un totale fallimento, a causa della scarsa qualità dei manufatti e, soprattutto, di un’endemica incapacità a capire la cultura occidentale. Poi, i dirigenti delle aziende statali aggiustarono la mira, e riuscirono ad invadere i mercati americani, europei, africani, con una produzione che veniva venduta a prezzi inferiori del novanta per cento sui concorrenti. Con l’enorme flusso di denaro reso così disponibile, iniziarono le acquisizioni immobiliari, che a loro volta alimentarono il sistema, portando capitali utili per acquisire la materia prima e l’energia necessarie per alimentare il gigante. Il libero mercato era stato usato da secoli, nei paesi anglosassoni, per dominare il mondo. I cinesi lo sfruttarono contro i loro stessi ideatori.

Nel 2011, erano ormai proliferati ovunque. Solo l’India resisteva all’invasione dal Sud Est asiatico; perché possedeva una conoscenza che la mentalità orientale non riusciva ad assimilare.

Roberto Robber aveva recuperato un minuscolo circuito elettronico nella zona B. Non sapeva cosa fosse, a cosa servisse, chi lo avesse costruito. Ma conosceva qualcuno che avrebbe trovato facilmente queste risposte.

Convocò gli uomini più forti del villaggio, e descrisse un lungo percorso attraverso le montagne di quello che un tempo veniva chiamato Pakistan, fino al Nord dell’India. Per superare la diffidenza degli esploratori, disse che il circuito era un oggetto magico. Se fosse stato consegnato in tempo ai guru del vajdia Pandr’an, avrebbe portato loro cibo e salute. In cuor suo, Robber, si biasimava per quello squallido sotterfugio, ma non vedeva altro mezzo per spingere i suoi uomini alla difficile impresa. Lui intuiva che l’oggetto non era magico, ma Tecnico, però non ne aveva esagerato il valore; dal possesso di un tale strumento poteva dipendere l’esito del conflitto economico Indo-cinese e, indirettamente, la sopravvivenza stessa dei villaggi balcanici, o del mondo intero.

A parte la fatica, gli uomini di Robert Robber non incontrarono particolari difficoltà durante il viaggio. Il Pakistan era un territorio povero, che non aveva davvero nulla da offrire. Decenni prima, la coltivazione dell’oppio dava una certa ricchezza ai contadini, perché i mercati occidentali pagavano molto bene le allucinazioni procurate dalla droga. In seguito, l’urgenza di far fronte al continuo degrado sociale, aveva spinto i Paesi più industrializzati a vietare lo spaccio ed il consumo di tutte le sostanze stupefacenti. Chi violava la norma, veniva mandato alla sedia elettrica senza possibilità di appello. Questo segnò la fine della prosperità in Pakistan e in molte altre aree geografiche sottosviluppate. Il capo della spedizione verso l’India si chiamava Kazimir Janacec. Aveva vent’anni ed una abilità particolare nell’evitare i campi minati. Grazie a lui, i venti componenti del manipolo sgusciarono tra le maglie dell’intelligence cinese, superando i confini del subcontinente indiano in una notte fresca e senza luna. In seguito, si dimostrò molto più difficile arrivare al vajdia che entrare dal Pakistan in Punjab. Per paura che il loro capo spirituale finisse in mani nemiche, i membri della sua casta lo nascondevano ogni giorno in una località diversa, nota solo a due guardie del corpo. Il gruppo dovette fronteggiare frenetiche trattative e richieste di garanzie che gli scout di Robber non sapevano come soddisfare. Finché a Nammi Pandr’an venne l’idea di chiedere cosa avesse tatuato Robber sulla natica sinistra. Era un lemming. Janacec se lo ricordava talmente bene che , invece di descriverlo, lo disegnò. A quel punto, il solo Kazimir venne accompagnato alla vista del santone, portando con sé il circuito elettronico che doveva produrre cibo e felicità per il suo clan.

 

Vajdia Pandr’an non sapeva come usare il chip. Non lo aveva mai avuto tra le mani. Non ricordava chi lo avesse costruito e programmato. Ma sapeva che, molti anni prima, era servito a pacificare due etnie indiane che si massacravano da generazioni. Preso il minuscolo oggetto dalle mani di Janacec e lo fissò a lungo. A parte una doppia fila di contatti dorati, era solo un parallelepipedo di plastica. Come poteva avere un tale potere? Non fidandosi soltanto di una leggenda tramandata almeno dalla fino del ventesimo secolo, temeva che non servisse a niente, o, peggio, potesse dar luogo a reazioni imprevedibilmente negative. Congedò dunque gli uomini di Robber, ringraziandoli per aver compiuto il lungo viaggio senza pensare agli enormi rischi corsi, obbedendo al comando del loro capotribù. Kazimir tentò di indagare la natura dell’oggetto, prima del commiato, ma il vaidja non volle o non poté dare alcuna spiegazione: "Devi solo sperare che funzioni. Altrimenti, ci attendono tempi davvero cupi".

Partita la comitiva, Pandr’an tentò di concentrarsi e di ricordare il nome del guru che aveva realizzato il microcircuito. Si immerse in un profondo stato di concentrazione, e, mentre le guardie lo guardavano divenire una statua di carne, tentò di trarre dalle sabbie della memoria l’immagine di quell’incontro. Per far questo, dovette tornare indietro, con la mente, esattamente dal momento in cui aveva chiuso gli occhi. I giorni recenti scorsero via in fretta, messi ed anni, che poté quasi sorvolare, poiché li osservava in trasparenza, giù, giù fino al dottorato in scienza della comunicazione. Lì, la sua mente intuì la presenza dello strano inventore. Pandr’an stava girovagando nella grande università nel disperato tentativo di trovare l’aula di Informatica. Invece, sbucò in un salone sovraffollato dove un professore sudatissimo, illustrava il suo metodo innovativo, che consentiva di trasformare in programmi niformatici tutti i veda della tradizione mistica indiana. Stava proprio dicendo che il veda della Fratellanza era quasi pronto per una dimostrazione. Il pubblico era costituto solo da politici e militari; perciò Pandr’an poté trattenersi pochi secondi, prima di essere cacciato in malo modo. Ma ciò che aveva udito lo aveva sconvolto. Com’era possibile che la conoscenza vedica e diventasse un programma per computer? Avrebbe voluto saperne di più. Mentre studiava alacremente, si recò spesso nel dipartimento di informatica. Parlava con tutti, studenti e professori, alla ricerca di una traccia che potesse fargli reincontrare il guru. Dopo oltre un anno dovette arrendersi, ed ammettere che quell’uomo geniale era sparito nel nulla.

Ora sapeva chi cercare.

Tra milioni di indiani. Dopo quasi due decenni di sconvolgimenti sociali. Non sapeva dove, ma il nome dello scienziato lo rammentava. Mandò una staffetta alla vecchia università, e quella tornò con l’ultimo indirizzo conosciuto . I fili dell’intricata vicenda legata a quel chip iniziavano a dipanarsi. Come era prevedibile, l’esperto informatico non abitava più lì; ma nei dintorni, ci fu chi seppe dare indicazioni utili. In capo a due settimane, Pandr’an sedeva di fronte al vecchio scienziato, con una tazza di tè bollente in mano ed una domanda cruciale sulle labbra: "Quel chip portava la morte, oppure poteva risolvere il grave squilibrio mondiale per vie pacifiche?" Il vecchio Anore Tamba scosse il capo: "Ti sembro uomo che ami spargere il male? Il chip contiene la traduzione sonora di un antico canto di armonia. In passato, lo provai sui membri indù e musulmani di un villaggio, che si erano sempre combattuti aspramente, ed ottenni un accordo che dura ancora." Così, Pandr’an, pur non conoscendo il segreto che dava a quel piccolo circuito tanto potere, si risolse ad usarlo quanto prima, onde evitare altri dolorosi conflitti alla terra, già martoriata e stanca.

Mise insieme un gruppo di programmatori e spiegò loro che dovevano immettere il file contenuto nel chip nell’immensa rete digitale, ma avvertendoli che nessuno doveva accorgersi della manovra. Né i cinesi, né gli americani, né altri governi nazionali.

Per assicurarsi il successo, i collaboratori del vajdia crearono un’icona dall’aria innocente, che sembrava mirata a vendere giochi di ruolo ad un pubblico di adolescenti, poi lanciarono il tutto attraverso il canale più famoso e sorvegliato del sistema mondiale di comunicazione.

Nessuno si accorse di ciò che accadde veramente. Nemmeno gli uomini che avevano sferrato l’ultimo attacco informatico. Perché da quel giorno, il concetto di identità etnica o nazionale cessò di esistere.

 

 

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