Disordinata storia d’Amore

di Secessionista


 

Una sera lo avevo portato in piazzetta Santa Toscana. Lì c’era la casa dove la mia famiglia aveva vissuto fino a qualche tempo dopo la mia nascita. Gli avevo mostrato la scalinata che portava al palazzo abitato dallo zio Napoli, che in realtà si chiamava Napoleone. Giunti alla fine dei gradini, tirò fuori di punto in bianco una sua fantasia. Diceva che sarebbe diventato molto ricco, che avrebbe dilapidato il suo capitale giocando in borsa. Che lo avrei tradito prendendomi la sua donna. Che allora si sarebbe suicidato con un colpo di pistola alla tempia. Io avevo forse vent’anni. Lui diciassette. Sorrisi di queste sciocchezze.

 

Ma anni dopo, la sua previsione si rivelò quasi perfetta. Maledettamente vicina alla realtà. Quando tornammo nella piazza, lo abbracciai forte, e quella fu l’unica dichiarazione d’amore che gli feci. Lui rispose, fissandomi negli occhi: “Tu sai che per il mio carattere e per la mia educazione gli uomini non mi attirano. Ma hai tutta la mia amicizia.” Con un groppo in gola, risposi che capivo. Capivo, ma non volevo capire. Così, ci misi un bel po’ a ritrovare la voglia di scherzare, con quell’ironia che costituiva  il segno più bello della nostra somiglianza.

 

Entrambi secondogeniti, avevamo patito un modello fraterno troppo importante per riuscire a raggiungerlo. Il sentimento comune di inadeguatezza ci aveva poi uniti in un legame che davvero ebbe il crisma dell’eccezionalità. Tempo dopo, G si innamorò di una bella ragazza dagli occhi verdi e dallo bocca dolcissima. Io ne fui geloso dalla prima volta che li vidi insieme.  In auto, parlavo in inglese per escluderla dalla conversazione. Pur non criticandola (di lei non sapevo nulla) immaginavo spesso che si sarebbero presto lasciati. Li vedevo troppo diverso. Tentavo di farla passare per l’oca che non era.

 

Erano forse insieme da due anni nel momento in cui la vidi capitare al ballo. Bella come il sole. Fresca come un mattino d’Aprile. Non si accontentò di portare il ramoscello di ulivo. Sotto gli occhi curiosi dei miei amici, mi baciò appassionatamente. In seguito, disse che mi aveva detestato per i miei ingenui escamotage, mirati ad allontanarla dal mio amico. Ma quella sera, dopo due ore di parole e parole e parole con gli sguardi che non si scollavano, finimmo per amarci sul sedile posteriore della Mercedes di un amico.

 

Ancor oggi la ricordo come la più intensa e folle girandola di sentimenti della mia vita. L’inizio e la fine di un irripetibile menage a trois delle anime che non si è mai più ripetuto. C’era tra noi una tale armonia che lui arrivava a venirmi a chiamare perché lei gli aveva chiesto di vedermi.  E stavamo ore a parlare tutti insieme,  sul divano scomodo regalato da una zia che non li comprendeva.

 

L’idillio (perché di questo si trattò davvero) durò finché si spostarono a vivere lontano da Verona. Ed anche allora,  ci vollero anni prima che i nostri rapporti si allentassero un poco, senza mai interrompersi del tutto.

Ora G è scomparso in un incidente d’auto, ma, prima di andarsene, tentò la fortuna, con un’operazione industriale che non funzionò come auspicato. A mente lucida, ritengo che una parte del fallimento sia stata involontariamente causa mia.

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