Lo yogurt non ingrassa

di Secessionista


 

La sto portando a casa. C’é il vellutato odore dei tigli e la cappa che qui in pianura padana chiamano estate. “Sara mi ha detto che per i miei problemi intimi potrei provare a fare impacchi di yogurt, di quello neutro, Sai?” “Ah, si? Non sapevo che avesse proprietà disinfettanti”. Silenzio. Per tagliare l’aria metto un cd di Jarrett. Music at night with you. Tra i miei tanti amori musicali, è uno dei pochi che anche lei apprezza. Ma il cervello è già partito in quarta. Gira a mille. Gira su una sceneggiatura pornografica di alta classe. Arriviamo, ci diamo la buonanotte e, come al solito, resto sveglio fino a mattina a fare gli ultimi lavori; qualche body copy, un’idea per un film, e la gran palla della strategia di comunicazione che mi sto tirando dietro da due settimane.

Tre giorni dopo, sono al supermarket a scegliere lo yogurt. Ce ne sono parecchi di liquidi (lo sento agitando i barattoli). Non vanno bene. Ci metto circa dieci minuti a selezionare scientificamente un prodotto giusto. Mezzo chilo, tanto per avere un buon margine di sicurezza. Mentre scarico la spesa, lei telefona. Ha voglia di vedermi. Adesso. Immediatamente. Nascondo il prezioso contenitore dietro i pacchi di cibi pronti, abbasso le luci, metto un lievissimo sottofondo musicale e lo scenario è pronto. Non viene mai a cena.

Anche stavolta arriva alle dieci (aveva detto subito). Ci mettiamo sul divano a chiacchierare e la conversazione muta di grado in grado verso baci e carezze, carezze e baci. Come un bambino che ha un bel voto da mostrare alla mamma, non riesco a trattenermi. “Ho comprato dello yogurt. Che ne dici se te lo applico io?” Lei si mette a fare la solita commedia. Dice che sono proprio un porco, diventa rossa. Eccetera. Ma evita accuratamente di pronunciare la parola no. Morale. Sparisco a metà della sua arringa per prendere barattolo e cucchiaino. Quando torno, scopro che ha fatto la brava sartina. Diversamente dalle altre donne, o almeno da quelle mediamente pigre, L. si confeziona l’intimo da sé. Stanotte si esibisce in un tripudio di pizzi e stoffe nere. La gonnellina da studentessa giapponese è il pezzo che mi dà il colpo di grazia. Sono basito, e si vede. I suoi movimenti disegnano un capolavoro di oscenità. Passano minuti interminabili nei quali, lei lo sa, non muoverò un dito. Poi nota l’attrezzatura che ho portato e si mette a ridere: “cosa vuoi fare con quel cucchiaino?”, (a me era sembrato quasi troppo grosso), “guarda se c’è un cucchiaio di acciaio con i bordi arrotondati.”

La cucina è al buio, così non posso dire se inciampo perché sono disorientato o per l’eccitazione. Ma torno di là in una frazione di secondo. Nel frattempo, lei si è messa sul tavolo di marmo bianco che ho ereditato dallo zio Carmine. Non posso scendere nei dettagli. Non sarebbe fine. Così, prenderò il giro largo, come facevano gli scrittori libertini per evitare la graticola. Dunque, diciamo che il mezzo chilo di yogurt si rivela appena sufficiente, e che ad ogni – aahhm pappa buona – lei ha un brivido (è quasi gelato), ma stoicamente resiste, anzi, mi incita, e che ad un certo punto mi si rivela un effetto collaterale imprevisto, coincidente al suo urlo liberatorio. Lo yogurt, sostanza fattasi volatile, si spande attorno all’eclettica artista, che lo trasforma in un’opera di action painting. La prossima volta, penso, sceglierò il gusto tuttifrutti, è più colorato, e potrebbe passare per un Pollock originale.

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