Difetti di pronuncia

di Secessionista


 

Lavoro in un distributore del metano, dalle nove e mezza fino all’una e mezza, per caricare gli autobus cittadini. Forse questo l’ho già raccontato, da qualche parte. Gli autobus non me li portano gli autisti ufficiali, perché se ne vanno appena finito l’ultimo giro. Per fare i viaggi, dal deposito al posto dove lavoro io, ci sono quattro srilankesi “assunti” ovviamente da una cooperativa, quindi precari come me, anche se lavoro per un’agenzia interinale.

Hanno nomi buffi. Sono attaccatissimi alla famiglia e non vedono l’ora di poter tornare in Srilanka con un piccolo gruzzolo per trascorrere gli ultimi anni in pace, magari in riva al mare, con una canna da pesca ed un cappello di paglia calcato in testa. Parlano un italiano minimale, e sorridono spesso. Solo uno di loro, Sangij cerca di migliorare la lingua. L’altra notte, mi si avvicina, mi guarda e poi mi dice: “Cazzo pioggia.” Io cado dalle nuvole, sbucciandomi pure i gomiti. Lo guardo perplesso e ripete, imperterrito: “Cazzo pioggia. Cosa vuol dire?” Lo fisso, gli indico più o meno il pube, e gli dico: “cazzo, pistola, insomma, è questo. Possibile che tu non l’abbia ancora imparato?” Mi fa, di rimando: “Cazzo ho letto su cartello.” Allora, uno spiraglio di luce illumina la mia mente, momentaneamente ottusa…. “Vuoi forse dire in caso di pioggia?” “Si, proprio.” Allora gli spiego che non deve mettere due esse e non deve pronunciare la esse come nella parola sono– bensì come in –steso-. Ci mette un po’, ma alla fine pronuncia caso in modo pressoché perfetto. E lì finisce la storiella.

Quasi. Anni fa, due miei amici andarono a New York in viaggio di nozze. Erano convinti di sapere l’inglese quanto basta per muoversi disinvolti nella Grande Mela. Un giorno, uscirono presto dall’albergo per visitare Manhattan. A piedi, senza cartina topografica e allegri, ma parecchio sprovveduti. Chiesero la strada a parecchie persone e, stranamente, nessuno sapeva dove si trovasse la favolosa Manhattan. Ad un certo punto, sospettarono persino che i passanti, accorgendosi della loro nazionalità, li stessero prendendo per il culo. Finché si imbatterono in una nera formosa e gigantesca, che disse di non capire e chiese se potevano scrivere il nome del posto. Manhattan. Fece un sorrisone e disse, subito: “Ah. Men-hetn.” Si, perché è questa, rappresentata con il nostro sistema alfabetico, la pronuncia corretta. Adesso la storiella è davvero finita…

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