Preludio in Si maggiore

di Secessionista


 

Entrai in reparto con una certa apprensione; era proprio lì che mi avevano portato dopo il mio tentativo di suicidio. Era lì che avevo dovuto subire gli interrogatori dei medici. Era lì che il primario mi aveva consigliato di non continuare a scrivere, per la buona pace di mia madre e della mia famiglia. Ora lo scenario era cambiato. Stavo andando a trovare proprio mia madre in un bel pomeriggio di inizio estate. Quindi, non avevo nulla da temere. A parte l’idea, certo folle, ma impossibile da ignorare, che qualche infermiere potesse guardarmi, dichiarare che ero ancora insano di mente e chiudermi di nuovo a chiave. Per fortuna non accadde niente. Però, entrai nella stanza 25 con l’intenzione di trattenermi il meno possibile; troppi ricordi confusi, vissuti tra le nebbie del Tavor e chissà di quali altri calmanti.

Mamma era seduta sul letto, di schiena. Stava chiacchierando con una ragazza che aveva i polsi fasciati. Le diedi i baci di rito e le riportai qualche notizia da casa (allora non esistevano i telefonini). Mi presentò la ragazza subito dopo. Si chiamava L e veniva dalla provincia di Rovigo. Era una bella mora dalle gambe affusolate. I capelli erano talmente scuri da mandare riflessi blu notte. Gli occhi avevano un leggero taglio orientale e le ciglia erano folte e lunghe. Insomma, o, in breve, era sexy da morire, soprattutto per me che non avevo ancora fatto l’amore, malgrado i miei diciannove anni. Diventammo amici in fretta. Mia madre, stranamente, faceva di tutto per avvicinarci, finché arrivò addirittura ad invitarla a casa nostra per il week-end.

Seppi allora che i tagli se li era fatti per amore di un fidanzato geloso e che aveva una sorella gemella (non l’ho mai conosciuta, anche se di recente ho iniziato a fantasticare di far l’amore con due donne uguali)). Paragonando il mio tentativo di andarmene con il suo, dovetti ammettere, dentro di me, di essere molto meno romantico e sentimentale: io avevo deciso di farla finita soltanto perché non sapevo più come andare avanti. Senza il coraggio che serve per impugnare una lametta e tagliarsi le vene. Comunque, questo argomento lo affrontammo per non più di cinque minuti, poi passammo alle varie banalità che si dicono due persone sommerse dalla tempesta ormonale. Avevo allora una vecchia 850, tanto male in arnese che, quando la guidavo, vedevo l’asfalto scorrere ai miei piedi attraverso un buco nel pavimento. Per fortuna, all’epoca ero un bel ragazzo, e lei non ci fece caso. Dentro di me, scoppiavo dalla voglia di baciarla, di spogliarla, di toccare quella pelle scura e profumata. Ma mi serviva un pretesto. Le proposi di andare ad ascoltare musica in una casa rurale che avevo affittato insieme alla mia compagnia.

In cuor mio, speravo di non trovarci nessuno. Invece, appena svoltato l’angolo, vidi la Renault 5 di un amico parcheggiata al centro del cortile. Non dovetti lanciargli occhiatacce. Capì subito che aria tirava, e se ne andò in fretta dandoci appuntamento per la sera, alla sagra paesana. Quando ci sedemmo sul materasso non ci fu bisogno di altre parole. Fu come se un magnete di enorme potenza mi attirasse verso la sua bocca. Finalmente non avevo più dubbi. Le piacevo. Alleluia! Portavamo entrambi i jeans a campana che andavano di moda negli anni settanta, stretti ed aderenti in alto quanto erano larghi, al contrario verso l’orlo inferiore. Non ci fu tempo o voglia di spogliarci. Il solo sfregamento del pube sul suo mi fece godere in pochi minuti. Dopo, un po’ vergognandomi, le chiesi se anche lei fosse venuta. Temevo che mi desse dell’egoista (il solito maschio coniglio che gode senza preoccuparsi della compagna). Non rispose. Allora insistetti. Disse che certe domande erano troppo intime.

Così, fui certo che anche lei aveva avuto un orgasmo incendiario. La sua espressione, il sudore, la febbre che sembrava esserci calata addosso di colpo sono sensazioni che non potrò mai dimenticare. Più della prima penetrazione (sperimentata in seguito ancora con lei) mi resta nell’anima quel calore divorante e irrefrenabile che ebbe come colonna sonora “Shine your crazy diamond” dei Pink Floyd. Se mi capita di riascoltarla, una corrente di nostalgia e desiderio viene su, irrefrenabile, dal passato.

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