La rabbia del presidente

di Secessionista


Stampatelo, se potete (piuttosto lungo a leggere a video)

 

 

Il presidente aveva convocato lo stato maggiore della sua azienda senza preavviso. Le cose andavano male. La concorrenza aveva guadagnato dodici punti solo nell’ultima settimana. Qualcuno ci avrebbe rimesso il collo. Osservò i consiglieri che entravano con l’attenzione famelica del lupo, chiedendosi chi meritava di essere fatto fuori. Quando tutti furono seduti, chiamò la segretaria e le ordinò di non passarle più nessuna telefonata. Inoltre, nessuno doveva entrare in sala riunioni fino a nuovo ordine. Questo dette il segnale di pericolo ai convenuti. Non si trattava del solito brief settimanale. Istintivamente, i più colpevoli sprofondarono nelle loro poltrone, cercando di diventare trasparenti. “Lei, Vincenzi. Ieri mi diceva che ci sono ottime possibilità di guadagno acquistando nuove fabbriche in Sud America. Ha provveduto?” L’interpellato cercò disperatamente di guadagnare tempo. Il giorno prima doveva portare sua moglie a fare shopping, perciò si era assentato subito dopo aver parlato con il capo: “Veramente…devo verificare la correttezza delle informazioni.”  Non ebbe risposta, perché il capo, invece di inveire, si mise letteralmente a ruggire, allargando la bocca a dismisura, fino a mostrare affilati denti da squalo. Saltò sul tavolo, e con un movimento rapidissimo si portò a fianco del ragionier Vincenzi, al quale staccò un braccio con un solo morso. Alle dita gli crebbero unghie mastodontiche e taglienti, che usò per lacerare il viso della sua preda. Poi sembrò calmarsi, si girò su se stesso e con un altro balzò fu vicino al responsabile della produzione, al quale chiese conto dei recenti ritardi nelle consegne. L’uomo non fece in tempo a rispondere. Il presidente lo azzannò sul collo senza attendere le sue argomentazioni. Nella sala regnava ormai in panico più completo. Ma fuori nessuno sentì lo strepito. La sala era insonorizzata e chiusa ermeticamente. Fu una carneficina. Alla fine, c’erano corpi smembrati ovunque; sul tavolo, sul pavimento, infilati dentro altri corpi. Schizzi di sangue avevano raggiunto il ritratto del fondatore, trasformandolo in una mostruosa caricatura. Erano morti quasi tutti. Rimaneva solo l’amministratore delegato, sulle difensive, ma non sconvolto. Il presidente lo squadrò in attesa del momento migliore per colpire. Si assestò sulle gambe e posò le braccia sul legno scuro del tavolo per avere più forza nello slancio. Trascorse qualche istante carico di tensione. Il cacciatore fissava la preda negli occhi, per intuire eventuali strategie di fuga. Atterrò giusto davanti al viso della vittima che, invece di scansarsi, aprì la bocca scoprendo una giostra di denti ancora più acuminati di quelli del suo assalitore. Morse con decisione, lasciando la presa solo dopo che il presidente spirò, a causa della rottura della scatola cranica e della conseguente fuoriuscita della materia cerebrale. Il capo dei capi aveva dimenticato un detto fondamentale, da sempre in voga tra gli uomini marketing: – Cane mangia cane. – Amen

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