IN SOLITARIA

di Secessionista


 

 

 

All’inizio mi confusi nel gruppo. C’era quel coreano, che i bookmaker inglesi davano dieci a uno, da tenere d’occhio. Stavo lì in mezzo agli altri italiani, che mi sbirciavano perplessi. Di sicuro, si domandavano perché non andavo avanti. Non volevo scoprirmi troppo presto. Era una buona tattica, ma non avrei potuto mantenerla a lungo. A metà gara due africani decisero di staccare il grosso dei concorrenti. Dopo due minuti scarsi non li vedevo già più. Anche il coreano sbucò dalla sinistra, allontanandosi con un bel passo. E io dietro. D’istinto, cercai di forzare il ritmo per passarlo subito. Poi, visto che teneva duro, gli lasciai un po’ di margine. In quel momento avevo ancora un perfetto controllo del corpo. Mi sentivo carico come una molla. Capace di andare fino al Tibet e ritorno. Avanti. La strada era tanta, anche se mi sentivo nel pieno delle forze. Per qualche chilometro mi preoccupai di girarmi a controllare spesso gli inseguitori, dopo mi regolai solo sul coreano, che si chiamava Kym Va Duk o qualcosa del genere. Gli africani ancora non si vedevano e il distacco che potevano aver accumulato mi metteva in apprensione. Fu così che i tre russi mi superarono agilmente, senza lasciarmi il tempo di tentare un’azione di difesa. Li vidi allungare a passo spedito, invidiandone la grinta. Ora avevo quattro avversari davanti, a pochi metri, ed altri due che potevano avermi staccato di parecchio. Le tempie iniziarono a pulsare. Ogni tanto mettevo giù male il piede destro e rischiavo di slogarmi la caviglia. Come si dice, un passo falso e sei col culo per terra. Non doveva succedermi un infortunio così stupido, dopo due anni di allenamento. Allora mi concentrai sulla strada, senza pensare a quello che facevano gli altri. Erano solo una pericolosa fonte di distrazione. Meglio andare in scioltezza, immaginando di essere soli. Però adesso le tempie martellavano. E l’orologio mi diceva che non sarebbe stata una maratona da record. Intanto, chilometro dopo chilometro, la vista mi si stringeva. Era un effetto strano, che non avevo mai provato in altre gare. Al via, avevo guardato gli spettatori con le bandierine colorate, poi restò solo il paesaggio, che sparì quando la marcia si fece selettiva, lasciando solo la strada asfaltata. Passo, passo, passo, respira, passo, passo, passo, respira. Ogni tanto mi soffiavo il naso schiacciandolo con le dita, attento a non perdere il ritmo. Eravamo in un lungo viale alberato quando due dei russi mi finirono quasi addosso. Avevano speso troppo. Cedettero in pochi metri. Mentre li superavo, il superstite ed il coreano erano ancora lontani e marciavano fianco a fianco. Malgrado ci fosse un sacco di spazio, il russo sembrava voler buttar fuori il suo antagonista. Il duello durò fino ad un’ampia curva, leggermente in discesa. Vidi il russo che riguadagnava il centro della carreggiata. Fece una trentina di passi a spron battuto, infine si fermò come un giocattolo rimasto senza batterie. Il coreano, invece, era fisso a cinquecento metri da me. Nel frattempo si era rannuvolato. L’umidità nell’aria rendeva difficile respirare. Il dolore si stava spostando dai polpacci alle cosce, che diventarono legnose. Il cuore invece si era assestato su un buon livello, non troppo alto, lineare. Cercai di ignorare i primi accenni di crampi pensando a casa. Immaginai la concentrazione di mamma, che probabilmente stava tagliando una fetta di torta per gli ospiti con lo sguardo fisso sulla TV. Per fortuna, le cosce smisero presto di dolermi. Ero concentrato anch’io come mamma, ma il mio sguardo era inchiodato sulla canotta arancione, mezzo chilometri più vicina al traguardo. Quando lo avevo visto in allenamento, Kym aveva un’espressione serena ed impenetrabile. Sicuramente, ce l’aveva anche adesso. La mia faccia, al contrario, doveva essere una maschera ghignante. Si era ormai quasi alla fine. Di lì a poco, apparvero i due africani che avevano spiazzato tutti con la loro fuga precoce. Non riuscivano più a tenere un’andatura rettilinea e facevano movimenti ormai disarticolati. Quello davanti tentò disperatamente di riprendersi, ma non gli era rimasta la benché minima riserva di energia. Finché li superavo, sentii una fitta di tristezza per loro, per tutte quelle fatiche buttate al vento. Ma il coreano non mollava di un centimetro.

Accadde tutto nel tragitto che portava dal tunnel al porto. Non sentivo più nessun collegamento tra i pensieri ed il corpo, che andava per conto suo. Il dolore, era l’unica cosa che provavo in quel momento. I cerotti sui capezzoli si erano scollati a causa del sudore. Dopo centinai di sfregamenti la stoffa era una carta vetrata che grattava via la pelle. Se mi fossi fermato, il sangue si sarebbe coagulato e il tessuto si sarebbe saldato in pochi minuti sulle ferite. E c’era un maledetto bruciore sotto le ascelle. Anche lì l’acidità del sudore aveva consumato la pelle, e ora stava formando larghe piaghe. Intanto, il coreano era svanito. Le mie speranze di vittoria si ridussero ad una specie di sogno confuso, quasi del tutto nascosto dietro l’immensità del male che provavo. Durò tantissimo. Camminavo in trance, fissando la riga bianca dell’asfalto sotto le scarpe. Il dolore mi spinse in testa una parola che odiavo: “Arrenditi”. Ma la macchina andava in automatico. I muscoli si contraevano senza alcuno sforzo di volontà. Non sapevo nemmeno più come fermarmi. Anche il tempo non c’era più. Nella mia testa, si era trasformato in un tapis roulant che avrebbe continuato a funzionare fino a svuotarmi completamente. Camminavo avvolto nella nebbia, circondato dal vuoto. Notai appena la sagoma scura sulla destra, oltrepassandola, senza capire cosa fosse. Passo, passo, passo, respiro, passo, passo, passo, respiro. Era il coreano. D’improvviso, gli orecchi si aprirono e udii gli incitamenti della folla. Tagliai il traguardo in stato di incoscienza. Fu il mio allenatore a fermarmi, bloccandomi con il suo corpo. Subito dopo mi abbracciò, e finalmente vidi lo stadio gremito.

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