Si cresce o si muore

di Secessionista


 

Una sciabola cesellata stava appoggiata sulla sedia Luigi Filippo. Sulla parete dietro la scrivania c’era la foto del nonno colonnello. Ogni volta che entravo là mi sentivo talmente intimorita che mi veniva la pipì. Mio padre non lo vedevo quasi mai. Quando arrivava, portava regali. Era buono, e la mamma non gli raccontava tutte le nostre marachelle. Ma se facevamo qualcosa di proibito finché lui era a casa, la punizione diventava sicura. Avrò avuto cinque o sei anni. Non volevo mangiare la verdura a cena. Siccome c’erano ospiti, nessuno insistette più di tanto. Così, credetti di averla passata liscia. Ebbi una bella fetta di dolce ed anche i complimenti di una signora dai capelli rossi, che mi chiamò Biancaneve per via della mia pelle bianchissima. Poco prima di andare a letto, papà mi portò nel suo studio. Mi mise sulle sue gambe a pancia sotto, mi scoprì il sedere ed iniziò a sculacciarmi forte. Con metodo e regolarità. Vedevo tra le lacrime la faccia del nonno che cambiava espressione. Più piangevo, più sembrava diverso. Poi divenne una macchia informe color rosa carne. Mi faceva davvero molto male, perciò immaginavo che adesso sarebbe finita. E mio padre, giù, continuava a menar colpi. Allora capii che le verdure non mangiate erano soltanto un pretesto. Lo capii dal suo modo di ansimare e dal sudore dolciastro che si sprigionava dal suo corpo. Lui mi picchiava senza un perché o, meglio, perché gli piaceva. Quando fui certa di questo mi misi ad urlare forte ed arrivò la mamma, di corsa. “Non ti sembra di avergliene già date abbastanza?” “Meglio! Così la prossima volta impara”. Ebbi chiara la percezione che facesse fatica a riprendere l’autocontrollo. Come chi viene svegliato sul più bello di un sogno.

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