Zoom in

di Secessionista


Raccontino lunghetto. Se vi va di leggerlo, meglio stamparlo.

 
C’era lì una vicenda che attendeva di essere rivelata. Ne ero certo. Stavolta, non avrei lasciato che la fantasia fosse libera di inventarsi tutto. Intanto guardavo il foglio, pensando: “non è altro che una pagina bianca”. Ma ecco, dall’apparente piattezza emerse dapprima un’ampia regione leggermente più scura, in alto a sinistra. Dopo alcuni minuti, riuscii ad entrare in quella regione e vi trovai montagne. Il sole se n’era quasi andato. Vidi la rugiada depositarsi lenta sugli abeti. Tutto questo avveniva sul mio tavolo, ma anche molto più lontano. Osservando attentamente, notai una striscia più chiara, forse un sentiero. Si. Era proprio un sentiero, di quelli che la domenica vengono presi d’assalto da orde di gitanti. Cercai di percorrerlo con lo sguardo, perdendo varie volte la strada. La mia mente, o forse il mio corpo reale, arrivarono fino ad un laghetto dalle acque pure e fredde. La scena era idilliaca. Un vento leggero increspava la superficie dello specchio d’acqua. Da nord ad est. D’istinto, la mia attenzione si rivolse a destra. Lì, un corpo di bambino giaceva nell’erba. Aveva la bocca aperta e gli occhi spalancati. Avrei desiderato poter chiudere quelle palpebre dolenti, ma di quel dramma potevo essere soltanto testimone. Mi impressionò soprattutto l’abbigliamento del morto. Una maglietta a righe larghe bianche e blu, un paio di calzoncini corti dalle tasche sformate, scarpe di pelle blu istoriate da migliaia di corse nel boschi. Lo avevano colpito alla testa, appena sopra la tempia sinistra. Si vedeva benissimo l’incrostazione di sangue secco e, subito sotto, la ferita che aveva strappato una larga sezione di pelle del cranio. Provai orrore, naturalmente, ma anche un’immensa pietà per tutti e due. Vittima ed uccisore. Inutilmente, tentai di andare oltre; il paesaggio intorno stava già sbiadendo in un confuso gioco di forme che schiarivano. Intravidi appena il cartello di legno dipinto che menzionava il monte Carega. Poi, fui respinto indietro ad una grande velocità. Nel giro di pochi istanti, avevo ancora di fronte un foglio bianco, vuoto. Presi la penna e scrissi in fretta queste poche righe, prima che si cancellassero dalla memoria, nell’intento di lasciare una traccia per eventuali indagini, malgrado fossi consapevole di aver immaginato, e non visto, l’intera scena. A quel punto, suonò il telefono e dovetti abbandonare le mie fantasie per dedicarmi alla pratica 198/7/19, da tempo in attesa di una sentenza (sognavo di diventare scrittore e in realtà facevo l’applicato di tribunale). Scordai in fretta l’intera faccenda. Il foglio giacque dimenticato tra i faldoni polverosi, nei quali l’avevo nascosto per evitare imbarazzanti domande da parte dei superiori. Era primavera, nei bar di Roma si sentiva il rimescolio della vita, il coktail di ormoni che si rianima puntuale ad ogni ritorno della bella stagione. Ammiravo le curve invitanti di una signora che portava a spasso il cane, quando fui distratto dalle chiacchiere del cameriere che mi stava servendo il solito caffè. “Ah dottò. Ha sentito der regazzino scomparso? Macché scomparso. Era morto stecchito da due mesi nei boschi der Trentino. Na pena. Io c’ho du fii, e se me capitasse davanti er mostro che l’ha ammazzato, nun ce penserei du vorte prima de fallo secco. La pena de morte ce vorrebbe, artro che.” Colsi soltanto qualche frammento dell’intero discorso: ragazzino, morto, mostro, Trentino. Il cuore fece un tuffo. Per un po’ non riuscii nemmeno a respirare. Non potevo crederci. Entrai nel bar e cercai il solito quotidiano, che stava in bella vista su un tavolino. A tutta pagina, c’era un ampio resoconto della vicenda che mi aveva appena riferito il cameriere. La tv ne aveva parlato per settimane. Nell’articolo si faceva anche riferimento a voci che avevano dato il bambino in fuga con un parente, in Svizzera. Invece era là, dove lo avevo visto io, il più scettico dei razionalisti. Quello che prendeva in giro i colleghi che vivevano ascoltando i suggerimenti dell’oroscopo. Per un breve istante, sentii di avere un enorme potere. Avevo visto con gli occhi della mente un dramma accaduto a centinaia di chilometri. Ero Dio. D’ora in poi potevo tranquillamente lasciare il mio lavoro opprimente ed arricchire grazie alle mie visioni. Quando arrivò l’auto della polizia, stavo ancora ricamandomi addosso un futuro di trame avvincenti ed eroiche. Mi parlarono del foglio rinvenuto alla cancelleria mentre attraversavamo la città ad una velocità pazzesca. All’arrivo, c’era già una piccola folla di giornalisti, ansiosi di sbattere la foto del mostro sulle prime pagine dei loro giornali.
 
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